Alamein

 El Alamein, in Egitto, significa Due Bandiere: un nome segnato dal destino. Qui dal 24 ottobre ai primi giorni di novembre si batterono l’Armata italotedesca e le truppe britanniche e del Commonwealth, e decisero la sorte del Mediterraneo e della stessa Italia.

 Nell’estate del 1940, due Armate italiane invasero l’Egitto, formalmente indipendente ma in mano inglese; penetrate per un centinaio di chilometri, vennero respinte che da una Brigata corazzata nemica, che si spinse fino alla Tripolitania, dove venne arrestata. Giunsero intanto due Divisioni corazzate germaniche, il cui generale, Rommel, assunse di fatto il comando tattico. Riconquistata la Cirenaica, l’Armata condusse nel 1941 diverse operazioni tra Libia ed Egitto, finché, nell’estate del 1942, giunse fin quasi alle porte di Alessandria. Alle operazioni terrestri si affiancarono quelle navali. La Marina italiana svolse il suo compito di assicurare i trasporti verso l’Africa; ma le navi britanniche, pur ridotte di numero, mostrarono il tradizionale spirito offensivo. Tra tergiversazioni e indecisioni sia di Roma sia di Berlino, non si tentò di prendere Malta, che restò spina nel fianco, nonostante le istallazioni militari inglesi subissero dall’Aviazione italiana e tedesca più bombardamenti della stessa Londra: ma non bastò.

 L’Armata, forte di due Divisioni corazzate tedesche e delle italiane Ariete e Littorio, aveva come obiettivo sfondare le difese nemiche e impadronirsi del Canale di Suez, spingendosi in Asia, dove la gioventù nazionalista araba mostrava simpatia – anche se quasi solo nominale, tranne un’insurrezione antinglese in Iraq – per l’Asse. In queste circostanze cadde, il 3 settembre, il nostro paracadutista Baldassarre (Sarro) Sinopoli.

 Rommel, valente tattico, non aveva altrettanto valide idee strategiche, e continuo a tentare gli attacchi, mentre le forze nemiche ricevevano continui rinforzi, con materiale americano. Falliti i tentativi dell’Asse, i Britannici passarono a loro volta all’offensiva, con netta superiorità di carri ed aerei, cui gli Italotedeschi opposero un’eroica ma ormai inutile resistenza.

 Il 4 novembre, crudele sarcasmo delle date, venne trasmesso questo radiomessaggio, poema epico e tragico dell’età moderna, e degno dell’intera Iliade: “Carri nemici fatta irruzione sud Divisione Ariete. Con ciò Ariete accerchiata. Trovasi circa 5 chilometri nordovest Bir el Abd. Carri Ariete combattono”.

 Abbandonata la Libia, le operazioni continueranno in Tunisia e Algeria, non senza qualche successo, ma nella primavera del 1943 l’Africa era perduta.

 La sconfitta, seguita dallo sbarco angloamericano in Sicilia, provocò gli avvenimenti militari e politici seguenti.

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 Alamein restò una leggenda eroica nella memoria degli Italiani, con il noto motto “Mancò la fortuna, non il valore”; di valore i nostri, in testa la Folgore ma non solo, ne mostrarono senza macchia; ma, come ogni sconfitta militare, anche Alamein ebbe cause più terrene. Eppure restò e resta un mito.

 Da leggere è il bellissimo “Alamein” di Paolo Caccia Dominioni, che parla di se stesso con il predicato nobiliare di Sillavengo. Comandante dei genieri e riconquistatore di Tobruch, dopo la guerra si dedicò al recupero dei Caduti di ogni divisa, creando il Sacrario.

 Racconta che trovò una torretta di carro italiano, e chiese a un camionista libico quanto voleva per trasportarla. E quello, che era un vecchio soldato delle nostre truppe indigene, “Niente. Voglio solo che il cannone sia puntato verso il Cairo”. Poesia della guerra.

 Ancora fino qualche anno fa gli ex combattenti superstiti, italiani tedeschi britannici e altri, s’incontravano per commemorare i Caduti e scambiarsi ricordi di quell’ultima guerra cavalleresca della storia.

 Onore.

Ulderico Nisticò