Asino, una credenza da sfatare

asino3La scuola è ormai iniziata e per questo vorrei fare alcune considerazioni per rivalutare l’asino, considerato a torto dall’immaginario collettivo come un animale tardo di mente ed infingardo, oggetto frequente di paragone con persone o cose poco stimate o ritenute caratterialmente ed intellettivamente scontrose, testarde e poco ricettive. Con questo significato e dunque con metafora ormai comunissima e consolidata, ci si riferiva a studenti e scolari poco studiosi, almeno nella scuola dei miei tempi (anni sessanta), quando maestri e professori non correvano il rischio, per aver dato dell’asino a Tizio o Caio, di essere denunciati all’autorità giudiziaria o scolastica o a tutte e due insieme, e magari anche al telefono azzurro e alla protezione dei minori. Sembra, comunque, che i primi equidi siano comparsi sulla terra circa sessanta milioni d’anni fa in America del Nord, per poi diffondersi in Asia, in Europa ed in Africa settentrionale, dove furono addomesticati tra il 4000 e il 3000 a.C. La convivenza con l’uomo dura perciò da oltre seimila anni, anche se non è stato sempre tutto amore e concordia, come capita del resto nelle unioni più riuscite. All’inizio ho parlato di sfruttamento da vivo e da morto perché l’asino, già dalla sua prima apparizione sulla terra, era oggetto di caccia continua e spietata, costituendo le sue carni un pasto ricercatissimo; sono diventati famosi i sontuosi banchetti di Mecenate le cui principali portate erano a base d’asino e contorni tra i più svariati. E’ difficile stabilire con precisione il periodo in cui l’asino da importante fonte alimentare, sia stato utilizzato quale strumento di lavoro; sembra però, da alcune scene incise sulle rocce raffiguranti asini in attività agricole e di trasporto, che può essere fatto risalire al 2500 a.C nell’antico Egitto. A portare l’asino in Italia furono gli antichi Romani, che l’impiegarono subito nel trasporto, stante la scarsa viabilità del territorio, facendone un “motore animale a buon mercato”. Per fare funzionare, infatti, questo “motore”, c’era bisogno solo d’un po’ d’erba, foglie d’alberi o arbusti, qualche manciata di paglia o di fieno, oppure altro prodotto del sottobosco; l’asino sopporta a lungo fame e sete e non soffre né il gran caldo né il gelo: rappresenta, in pratica, la “macchina” ideale, economica e resistente. Ciò però fu un male per il povero animale perché l’uomo, accortosi subito di queste qualità, iniziò a sfruttarlo per ogni durissimo lavoro; come non si poteva pensare a lui per trasportare pesi e persone, per fare funzionare i mulini, le mole per attingere acqua dai pozzi, per tirare i carrelli nelle miniere, per i lavori agricoli in genere? Un lavoratore simile, poi, se lo potevano permettere tutti, ma nessuno considerava ammirevoli la sua modestia, la resistenza alla fatica, la frugalità; fu sempre ritenuto uno schiavo nonostante costasse, ai tempi del mercato degli schiavi, ottanta volte il prezzo d’uno di loro e due volte quello di un bue. Nella Roma imperiale Giustiniano cercò di sanare o, almeno, diminuire le spese del servizio postale sostituendo i cavalli con gli asini, più economici; l’esperimento riuscì e portò un notevole risparmio alle casse statali, anche se il servizio subì un certo rallentamento: unico lato negativo della faccenda, la pesante eredità che quell’esempio ha lasciato all’attuale servizio postale. La moglie di Nerone, Poppea, aveva una scuderia di cinquecento asine col cui latte faceva riempire ogni giorno la sua vasca da bagno; il latte d’asina, ancora, era utilizzato per nutrire o, meglio, per svezzare i bambini, essendo ritenuto molto simile a quello materno; anche gli anziani se ne giovavano, perché ricco di grassi insaturi e di vitamine. L’asino compare con autorità nella Bibbia e nei Vangeli dove, anzi, pare sia nominato centotrenta volte, ad iniziare dalla sua presenza alla nascita di Gesù; si prosegue con Giuseppe e Maria che in groppa all’asino si sottrassero alla cattura da parte dei soldati d’Erode e lo stesso Cristo fece la sua entrata trionfale in Gerusalemme cavalcando un’asina; nel Vecchio Testamento è scritto che Giobbe per rappacificarsi con Esaù gli offre venti asine e dieci puledri. E’ certo però che l’asino ha trovato la sua apoteosi, la massima celebrazione letteraria nel “Don Chisciotte”di Miguel Cervantes, dove lo scudiero Sancio Panza galoppa (si fa per dire) in groppa ad un asino tarchiato e pacioso come lui, mentre al suo fianco la figura scattante di Don Chisciotte, magro e sbilenco, cavalca Ronzinante, scalcinata caricatura di un cavallo, in un chiaro dualismo tra la fantastica e spavalda follia del cavaliere e la realtà mista a buon senso e saggezza dello scudiero. L’homo sapiens, dunque, non solo si è mostrato sempre ingeneroso verso l’equus asinus, ma ha continuato a ritenerlo stupido ed incapace d’intelligenza al punto di usare con lui poche carote e molte bastonate; l’asino è invece un animale affettuoso verso il padrone, dotato di molta pazienza ed anche intelligente se egli dimostra di esserlo altrettanto: non obbedire ciecamente o rifiutare di fare qualunque cosa alla stregua del cane non è segno d’intelligenza? Quante volte noi, nel corso della nostra vita, facciamo gli stessi errori; l’asino no, “Asinus ad lapidem non bis offendit eundem” (l’asino non inciampa due volte nello stesso sasso). Esso non è per niente un animale “privo di cervello”, come dicono i suoi denigratori, e abbiamo le prove fornite dalle celebrazioni di poeti, scrittori ed artisti vari, quali Apuleio (l’Asino d’oro), Ignazio Silone, Giotto, Chagall; inoltre la sua vasta popolarità è testimoniata da bassorilievi egizi del 2500 a.C., da pitture tombali a Tebe del 1450 a.C., dall’arte etrusca dove addirittura l’asino porta simbolicamente il mondo sulla sua groppa. Sarebbe perciò più onesto e giusto che l’uomo smettesse di considerare l’asino in modo marginale e superficiale e non lo lasciasse alla sua vita grama basata sull’ignoranza e soprattutto sui nostri pregiudizi i quali gli attribuiscono pigrizia, stupidità, testardaggine ed obbedienza passiva, ed apprezzassero invece, una volta tanto, l’immenso lavoro, la pazienza, la riservatezza, la dedizione di questo nostro taciturno, forse un po’ scontroso, ma fedele ed infaticabile “collaboratore”.

Adriano V. Pirillo

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