Discrezionalità o eccesso di potere? Questo è il dilemma

concorsoL’ultimo concorso nazionale per dirigenti scolastici, quanto a ricorsi e denunce penali, non si è fatto mancare nulla. Di irregolarità, poi, non ne parliamo proprio. A gogò. Anomalie nel bando, fughe di notizie, errori nei quiz preselettivi, inadempienze, collegi imperfetti, incompatibilità nella composizione delle commissioni. Di tutto e di più.
L’ anomalia che ha destato più sdegno, però, è stata la troppa soggettività nell’ operato degli esaminatori, che in certi casi ha rasentato ( per così dire), il libero arbitrio. Nei pubblici concorsi si chiama “discrezionalità tecnica”. Tant’ è. Fino a un certo punto ci sta pure bene.
Tuttavia, se questa discrezionalità diventa eccessiva, tanto da far attorcigliare le budella, come la si deve chiamare? Domanda da un milione di dollari.
Verrebbe da rispondere “eccesso di potere”. Ma, attenzione a non dirlo a voce alta, perché l’ eccesso di potere è un reato, ragion per cui soltanto un giudice può sentenziarlo. Noi comuni cittadini possiamo solo mandar giù un malox , in attesa di giustizia.
L’ eccessiva discrezionalità (sottolineato “eccessiva”) nell’ operato delle Commissioni è un problema serio. Si era già imposta all’ attenzione generale con la clamorosa vicenda del concorso a preside in Lombardia, dove i tribunali amministrativi annullarono gli esiti delle prove scritte, disponendo il rinnovo della procedura concorsuale da parte di una diversa Commissione. Sicché moltissimi concorrenti, in seconda battuta, videro la propria sorte ribaltarsi, dallo status di idoneo a quello di bocciato, e viceversa. Chi all’ epoca seguì questa tormentata vicenda rimase senza parole.
Come si spiega che due commissioni possano valutare in modo così diametralmente opposto uno stesso compito? Come è possibile che i criteri adottati da due diversi collegi siano talmente discrasici da travalicare i ragionevoli limiti della soggettività docimologica, trasformando un compito “sufficiente” in un compito “insufficiente”, e viceversa? Chi ha giudicato bene, la prima o la seconda commissione?
Certamente, se la P.A. evitasse situazioni così paradossali, non si ingenererebbe nel cittadino il sospetto di “mala fede”. E un ministro della Repubblica (Carrozza) non avrebbe avuto motivo di invocare una “moralizzazione dei pubblici concorsi”!
Un’ Amministrazione che voglia dirsi improntata al “buon andamento” non può non sentire il dovere di rendere conto del proprio operato, dando ai cittadini risposte concrete alla loro legittime richieste di imparzialità e trasparenza. Tanto più che tra i vari inglesismi in bella mostra nei libri di “management” e “governance” delle amministrazioni, c’è anche “accountability” che, tradotto, significa obbligo di un’organizzazione di dar conto delle proprie scelte, rendendo comprensibili all’esterno i risultati raggiunti. Una bella lezione di efficienza e democrazia, sulla carta! Peccato, però, che non sempre si riesca a capire come viene tradotto in pratica questo rendicontare. Prendiamo ad esempio il famigerato concorso per dirigenti scolastici, talmente mal gestito, da essere annoverato dall’opinione pubblica nazionale tra i capitoli più “disastrosi” della nostra storia amministrativa.
Un popolo di candidati di tutte le regioni è insorto chiedendo spiegazioni sulle molte anomalie che hanno caratterizzato ogni fase di detta selezione. Molti candidati esclusi hanno persino scritto ad onorevoli, ministri e capi di governo, ma nessuno di questi ha (concretamente) risposto, come se la cosa non li riguardasse. Renzi compreso.
Se, poi, alle scelte poco trasparenti si aggiunge pure una normativa “poco chiara”, il cittadino finisce inevitabilmente col brancolare nel buio. Come poco chiara, secondo me, è la questione dell’insindacabilità, almeno in quel punto che definisce la linea di confine tra la discrezionalità tecnica e l’eccesso di potere. Come ci insegnano i teorici del diritto “insindacabilità” non significa potere assoluto di far ciò che si vuole, perché, anche “laddove l’Amministrazione agisca discrezionalmente, essa incontra dei limiti generali che sono: il perseguimento dell’interesse pubblico e il rispetto dei precetti di logica e imparzialità, venendo meno i quali si ha eccesso di potere”.
E fin qui tutto chiaro. Però, poi, la legge non spiega in modo altrettanto illuminante in quali casi l’azione amministrativa rientri nella sfera della soggettività o in quella dell’illogicità e, quindi, dell’eccesso di potere. Sicché quella “linea” di demarcazione diventa talmente sfumata da sembrare piuttosto una “banda larga” di indecisione, dove buttar dentro situazioni che sul piano logico sono un pugno nello stomaco, ma che non si sa come risolvere. E, quindi, porte aperte alle libere interpretazioni di comodo!
In Calabria, dal oltre un anno si attende che qualcuno risolva busillis del tipo:
“Giudicare idonei dei compiti infarciti di strafalcioni concettuali e sintattici rientra nell’insindacabilità o nell’eccesso di potere?”;
“Giudicare originale un compito quasi interamente copiato (o imparato a memoria, che dir si voglia) rientra nell’ “insindacabilità” o nell’ “eccesso di potere?”;
“Giudicare insufficienti, nei descrittori morfosintattici, compiti in cui oggettivamente non si riscontrano errori di lingua rientra nell’insindacabilità o nell’eccesso di potere?”.
E dal momento che a domande legittime come queste politici e amministratori fanno orecchie da mercante – e mettiamoci pure i giudici amministrativi che non entrano nel merito della questione perché non è di loro competenza – qualcuno è almeno in grado di dirci chi ce l’ha questa competenza? Che non sia l’Ordine dei Veterinari !
Forse è ora che il legislatore metta finalmente mano ai concorsi pubblici, per dare un giro di vite sulla discrezionalità delle commissioni. Perché un professionista che si vede appiccicare addosso un ingiurioso marchio di asinità, quanto meno, dovrebbe avere il diritto di sapere cosa ha sbagliato, senza sentirsi ribattere che “la commissione non è tenuta ad evidenziare gli errori”. Ipse dixit!
E perché storture come quelle emerse in Calabria- come in altre regioni – mortificano i cittadini onesti che chiedono di essere premiati per ciò che sanno e non grazie a chi hanno la fortuna (si fa per dire) di conoscere; mortificano i candidati inidonei che si sentono ingiustamente penalizzati da una macchina concorsuale che sforna dirigenti incapaci di scrivere una frase di senso compiuto e/o di tirar fuori dalla propria testa un pensiero personale su una materia che dovrebbe essere il loro pane quotidiano; mortificano gli stessi idonei meritevoli (vivaddio ce ne saranno pure!) che magari, in cuor loro avrebbero preferito passare dal vaglio di una selezione specchiata e rispettosa di tutti. Ma, soprattutto, offendono la collettività, che ad un Paese democratico chiede garanzie di “equità” ed è stufa di sentir dire che, in Italia, l’unica speranza di essere ascoltati risiede nelle aule delle Procure.

Antonella Mongiardo

 

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