Expo e i soldi degli Arabi


 È banale far notare che qualsiasi sconosciuta chiesetta barocca di Roma contiene da sola più arte e storia dell’intera Penisola Arabica e dintorni; per non dire di Romolo e Cicerone e Cesare e i papi eccetera. Vero, verissimo: però l’Expo 2030 non è una mostra di pittura scultura architettura o una lezione di cultura generale; è un’evidente faccenda di soldi e di affari. E la sconfitta di Roma è la prova che gli equilibri mondiali sono profondamente cambiati nell’ultimo mezzo secolo.

 Mezzo secolo fa, i Paesi arabi esportavano petrolio grezzo e sporco e a prezzi stracciatissimi; più esattamente, i petrolieri americani ed europei ingrassavano l’emiro e famiglia con auto di lusso inutili perché senza strade; ed altre cosette che non dico perché siamo in fascia protetta. Oggi le cose vanno in modo del tutto diverso, e i produttori, molto ammodernati, sono zeppi di denaro; e il denaro non si tiene sotto il mattone, bensì si spende e s’investe, quindi produce altro denaro, che va ulteriormente investito. E le cronache insegnano che gli investimenti arabi vanno anche in settori come il calcio, settore che è a sua volta un immane giro di quattrini più che di goal.

 Il denaro è un’arma potentissima, e acquista amici e alleati: ed ecco i tantissimi voti per Riad e pochissimi per Roma. E consente, il soldo, una sottile penetrazione, quasi inavvertita: un’invasione gentile e leggera. E noi, che facciamo?

 Politicamente, gli Arabi sono divisi in Stati non convergenti, anzi spesso nemici; lo dimostra palesemente l’altalenante e ambiguo atteggiamento nei confronti della Palestina. Questo è il loro punto di debolezza. Ma non è che l’Europa sia unita, anzi, in politica estera, è come se l’UE non esistesse; o effettivamente non esiste.

 Credo ci siano ottimi e seri elementi di riflessione per l’Europa e per l’Italia. E per Roma, i cui difetti sono ben noti, dalla spazzatura ai cinghiali al traffico… L’Expo serva di lezione.

Ulderico Nisticò