Finis vitae, nessuna certezza

donazione-organiVenerdì 2 ottobre nella sala consiliare del Comune di Soverato si è tenuto il convegno dal titolo “La donazione degli organi riaccende la vita” (ma ne spegne un’altra?), un tema assai spigoloso su cui la stampa nazionale continua ad interrogarsi e a chiedere dibattiti seri sul problema della morte cerebrale, quella, per intenderci, definita per legge secondo parametri scientifici che oggi anche i più forti sostenitori dei criteri di Harvard ammettono non più inattaccabili a causa dei grandi progressi che la medicina ha fatto in questi ultimi cinquant’anni. Da un po’ di tempo a questa parte, infatti, nessuno parla più di coma “irreversibile” ma “persistente” o, al più, di “punto di non ritorno”, con ciò implicitamente ammettendo che la cosiddetta morte cerebrale non sia finis vitae, fine della vita. Ma cosa intendiamo, oggi, per vita? Secondo la biologia, la vita di un organismo (vegetale, animale, umano) consiste nell’avere in se stesso un principio unitario che ne coordini le parti e ne diriga l’attività. Parti ed attività che sono, ovviamente, di ben diversa natura nelle piante, negli animali, negli uomini, ma che comunque hanno un qualcosa che è animato, attivo e unificatore. Di conseguenza, per l’individuo vivente la morte avviene –biologicamente- al momento in cui il principio vivente che gli è proprio cessa le sue funzioni, ovverosia quando l’organismo inizia un processo di dissoluzione che determinerà una progressiva decomposizione del corpo. Ci si deve domandare, a questo punto, quale sia l’organo del corpo che può rappresentare con assoluta sicurezza il principio vitale. La risposta è “nessuno”, giacché la scienza sino ad oggi non ha dimostrato dove risieda il sistema integratore del nostro corpo, considerato come un tutt’uno; nessun organo, insomma, sia pure importante come il cuore e l’encefalo, che presuppongono la vita, può essere considerato come “contenitore” della causa della vita. Le attività di questi organi, cardiache e cerebrali, sono una cosa diversa dal loro principio, perché la vita è qualcosa d’impalpabile che va al di là –nell’uomo- dei singoli organi materiali e, dunque, non può essere misurata con parametri meccanici. Come dimostra il volume “Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita?”, pubblicato qualche tempo fa dal CNR e da Rubbettino, il criterio neurologico che fa riferimento alla “morte cerebrale” non può essere accettato perché in essa rimane integro parte dell’encefalo ed insiste la capacità di regolazione centrale delle funzioni omeostatiche e vegetative. Né può essere accettato il criterio che fa riferimento alla morte del tronco encefalo perché non è dimostrato che le strutture al di sopra del tronco abbiano perso la possibilità di funzionare se venissero stimolate in altro modo. E non può essere accolto neppure il criterio della cosiddetta “morte cerebrale” intesa come cessazione permanente di tutte le funzioni dell’encefalo (cervello, cervelletto e tronco cerebrale) con la conseguenza di uno stato di coma “irreversibile”. L’irreversibilità della perdita delle funzioni cerebrali, accertata dall’<encefalogramma piatto>, non dimostra la morte dell’individuo poiché la perdita totale dell’unitarietà dell’organismo –intesa come la capacità d’integrare e coordinare l’insieme delle sue funzioni- non dipende, infatti, dall’encefalo, e neppure dal cuore. L’accertamento della cessazione del respiro e del battito del cuore non significa che nel cuore o nei polmoni risieda la fonte di vita. Se leggi e tradizioni mediche di tutto il mondo hanno da sempre ritenuto che la morte dovesse essere accertata attraverso la cessazione delle attività cardiocircolatorie, ciò si deve al fatto che all’arresto di tali attività segue a poca distanza di tempo il rigor mortis e quindi l’inizio della disgregazione del corpo. La qual cosa non accade affatto dopo la cessazione delle attività cerebrali se è vero, come è vero, che la medicina mette donne con encefalogramma piatto in condizione di portare avanti la gravidanza e dare alla luce bambini del tutto sani. La verità è che ormai occorre una ridefinizione del concetto di morte perché i criteri di Harvard –che molti ormai riconoscono essere stati utilizzati soprattutto per permettere senza tanti problemi il business dei trapianti- hanno fatto il loro tempo. Oggi, alla luce dei tanti progressi della medicina, non pare più ammissibile che per salvare delle vite si debba pagare un prezzo assai alto, ossia quello tragico di sopprimerne altre. Non si può continuare nel principio utilitaristico di fare il male per ottenere il bene e trattare –secondo i criteri di Harvard- una persona viva come se fosse morta per poterne espiantare gli organi e trapiantare in un altro individuo: in dubio pro vita, altrimenti è solo disprezzo per la vita umana.

Adriano V. Pirillo

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