Io panettiere? Mai!

Il lavoro nell’arte di Mario Sironi, anni 1930

Stavolta non succede nel pigro e mammone Sud, ma in pieno operosissimo Nord: un panettiere ha bisogno di lavoratori, li vuole pagare 1.400 € al mese… e non ne trova; e se qualche ragazzo ci ha provato, si è licenziato subito.
Motivo? Che il pane, da che mondo è mondo, si fa alle luci dell’alba; e i ragazzi dormono, perché sono andati a letto tardi; e sono andati a letto tardi perché la sera si devono divertire.

Queste sono le parole precise del panettiere, intervistato da RAI 3 nazionale. Dice che, in qualche buffa esperienza, li doveva chiamare per telefono, e non mettevano manco la sveglia.
Attenzione, così non vi vengono idee strane: fare il pane non è dal primo che capita; serve formazione, tecnica, arte, dedizione. Il pane, una volta, si segnava con la Croce, tanto è sacro. Quindi il panettiere non piglia chiunque purché respiri, ma cerca ragazzi seri e volenterosi e abili.

Ma veniamo al nocciolo. Come succede che dei ragazzi, molti ragazzi, e nel Nord e non solo nel Sud, si rifiutino di lavorare?
Beh, una delle cause, forse la più profonda, è la demonizzazione del concetto stesso di lavoro. Vi ricordate tutta la mitologia dell’edonismo, spacciato per progresso, e, in certi ambienti pseudocattolici, presentato come “promozione umana”? Il “di-vertimento”, cioè intervallo tra lavori, è diventato scopo della vita; prima del sabato, poi di tutti i giorni della settimana.

Vi ricordate don Milani? Secondo questo signore, i contadini sono dei disgraziati perché fanno i contadini; e i figli degli avvocati… faranno gli avvocati, pensate voi: ma no, troppo faticoso; faranno i passacarte alla Regione Calabria, cioè niente (mi riferisco a tutti tranne uno, ovvio).
E le mamme? Le mamme, che nella Media hanno svolto (copiato) almeno dieci temi su don Milani, che vogliono? Vogliono il figlio maschio non al lavoro, ma in un “posto”, e sotto casa.

Ci siamo capiti? Ebbene, qui bisogna cancellare mezzo secolo di ideologia della pigrizia e della debolezza e del “poverino!”, e tornare ad esaltare il lavoro come realizzazione morale e intellettuale e corporale. Basta coccole e piagnistei e buonismi e assistenzialismo e malattia come condizione normale, e contorsioni psicologiche spacciate per alta poesia: ci vuole il lavoro, di quello che si suda!
Ci vuole un film, una serie tv in cui i ragazzi forti e lavoratori vanno con volenterose ragazze altrettanto lavoratrici; e i cocchi di mamma restano a secco. Vedete come cambia, la mentalità lamentosa!

Un corollario importantissimo: chi lavora e mangia del suo, è un uomo libero, e può dire liberamente sì e no sia al re sia al cane.
Intanto spero che qualche ragazzo sano di reni e di mente si svegli all’alba per andare a prendersi 1.400 € al mese impastando il pane!

Ulderico Nisticò