La cattiveria è … donna?

donnaNon sono misogino, ma sembra che le donne siano molto cattive e, anzi, che non siano seconde a nessuno, tutt’altro. A sostegno di questo assunto, ecco quanto afferma la Bibbia, per la quale la cattiveria è per definizione ciò che é emanato dal corpo della donna: “Dai vestiti esce la tarma e dal corpo della donna la cattiveria femminile”, e “nessuna cattiveria è paragonabile alla cattiveria della donna”. Quando ci si mettono, insomma, le donne raggiungono traguardi inarrivabili di malvagità ed odio verso gli uomini (e sarebbe anche comprensibile) ma anche verso le altre donne (e questo è meno facile da capire, o forse no). Le donne sono allora stupide? Forse sì; e del resto “Dio Onnipotente le ha create per essere uguali agli uomini”, ha scritto con ferocia George Eliot, ossia una donna: Mary Ann Evans Cross (1819-1880). Tutti conoscono Lucrezia Borgia ed i suoi burrascosi trascorsi pubblici e privati; pochi invece conoscono Agrippina, la prostituta imperiale per eccellenza, moglie in seconde nozze dell’imperatore Claudio; pochissimi, poi, hanno sentito parlare di Taitù, moglie del leggendario imperatore d’Etiopia, Menelik, la quale fece tagliare una mano ed un piede a tutti i prigionieri italiani dopo la famosa battaglia di Adua; sono ancora meno, probabilmente, quelli a conoscenza che Irene di Bisanzio, imperatrice a Costantinopoli, dopo aver capeggiato una rivolta nel 797, fece accecare il figlio Costantino pur di non lasciargli il trono. Questo, solo per ricordare alcune donne dei secoli passati. Di certe perfide donne e “madri” attuali, invece, non occorre nemmeno accennare perché la cronaca (nera) quotidiana è piena delle loro gesta: ne sanno qualcosa i cassonetti della spazzatura di tante città. Chissà se a questo tipo di donne interessa festeggiare l’8 marzo o fa specie la morte delle 129 operaie americane? Probabilmente no, perché esse vestono da femmine ma solo per meglio vampirizzare colleghi e colleghe, pur di arrivare in cima alla scala del potere. Quando hanno in mente una meta da raggiungere, per loro non esistono ostacoli invalicabili; esse non hanno un cuore che batte e si emozioni ma solo un organo fastidioso utile alla circolazione sanguigna. Se, per occupare la poltrona più importante in un’azienda o un ente pubblico, c’è bisogno di scalzare un’amica o andare a letto con uno o più uomini, non se ne fanno un cruccio. Se hanno bisogno di sentirsi “mamme” (anche se sono dalla parte di Saffo), se lo fanno ugualmente un figlio, salvo poi affidarlo ad altri (o liberarsene definitivamente) ove dovesse in qualche modo ostacolare la loro carriera, il successo sociale, l’arrampicata verso il potere. Se sono sposate e si separano, queste donne sono contente solo quando vedono l’ex sul lastrico, magari a chiedere l’elemosina all’angolo di un marciapiede. Donne del genere, quando non amano, hanno il sangue freddo di un serpente; godono ad andare a letto con il fidanzato della più cara amica e poi vanno tranquillamente a cena a casa sua col sorriso sulla bocca. Sono, secondo una ricerca pubblicata qualche anno fa dalla rivista “Donna moderna”, quelle considerate tra le più cattive dal 53% degli uomini; sono quelle che per il 41% delle stesse donne, manifestano la loro perfidia in modo feroce nell’amicizia. E per il 60% delle signore interpellate dalla stessa rivista, la palma della malvagità va proprio ad un’amica. Per il 50% degli uomini, inoltre, la persona più cattiva incontrata nella propria vita è stata la maestra, seguita dal “primo amore” (26%). Per il 42% delle donne, invece, la più cattiva delle donne incontrate è stata l’amica del cuore, seguita a ruota dalla maestra (28%). Queste donne si servono degli uomini per convenienza, per riproduzione, per soldi, e riescono a tenerli sulla corda o meglio al guinzaglio, un po’ stringendo e un po’ mollando la corda, lunga e corta al punto giusto. Se un’amica fa una gaffe, fingendo di aiutarla accentuano la situazione e la mettono in ridicolo; esse sanno “vendere” bene la loro merce e non hanno scrupoli di coscienza, senso di colpa od orpelli vari, come dignità e riconoscenza. Certamente a volte si accontentano del troppo, ma quasi sempre cercano il tutto. Per queste donne, quindi, l’8 marzo è un giorno da ridere; un solo giorno, su 365, in cui affermare diritti e prerogative, privilegi o presunti tali, davanti alla società maschile, a queste donne non serve: a loro interessano gli altri 364. Vorrei a questo punto chiarire che io non sono misogino (ho moglie e tre figlie) e che tutto quanto ho scritto è opera di una donna, Valeria Palumbo, e si trova in “La perfidia delle donne” (Sonzogno ed.) che, “absit iniuria…”, traccia 20 ritratti di signore, dalla più remota antichità al Novecento, le quali -pur di affermarsi- non si sono tirate indietro dinanzi ad ogni tipo di crudeltà e al delitto.

Adriano V. Pirillo

 

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