La cultura in Calabria, ovvero la lotta di classe della domenica


 Come tantissime altre cose in Calabria, anche la lotta di classe arrivò in ritardo; e, in mancanza di industrie quindi di capitalisti e proletari, che sono la materia della vera lotta di classe in G. Bretagna e Francia, fu una lotta di classe tra contadini rimasti contadini e nipoti di contadini divenuti piccolo borghesi o borghesi con qualche titolo di studio, e imparentati con baroni poveri. I cugini arricchiti odiarono, riodiati, i cugini rimasti “tamarri”. Un odio molto blando, consistente in pratica nel non parlarli. I contadini, a loro volta, ingiuriano il borghese professionista nel peggiore dei modi: “Omu e pinna”, cioè incapace di tutto tranne che della sua professione. E quasi sempre hanno ragione.

 Spuntò poi, tra fine Settecento e il Novecento, il tipico intellettuale calabrese dal corso di studi fuori della Calabria, e sempre e solo con libri concepiti fuori della Calabria; e che in vita sua non ha mai visto la Calabria vera, e tanto meno ne conosce i luoghi importanti: Altomonte, Gerace, S. Severina, Scolacio, Crotone, Rossano, S. Giovanni F., Taverna, Locri, Tropea… e via continuando. E sono sicurissimo che molti dotti di Soverato non hanno mai visto con i loro occhi la Pietà del Gagini.

 Vivendo in un mondo isolato, e avvolti dal reciproco disprezzo e odio di cui sopra, i borghesi calabri si consolano convinti che loro sanno, e gli altri no; che loro sono nobili (nobbbbbbbili) e gli altri no; e che quindi gli altri non amano la cultura. Loro invece… ahahahahah!

 La manifestazione dell’alba del 9 è stata più che sufficiente a smentirli. Un folto pubblico ha mostrato di partecipare intensamente, e con piena comprensione, ai momenti di poesia e di musica classica. I borghesi solitari… semplicemente non c’erano, per non mescolarsi con la plebe. Plebe che ha mostrato alta spiritualità, mentre il borghese dormiva.

 Ecco uno dei problemi di fondo della Calabria, ed è la separazione netta tra istruzione borghese e cultura popolare (riflettete sulle parole istruzione e cultura). Altrove non era così, e ve ne do due esempi:

come vecchio sartor fa nella cruna
e
sì com’egli avvien che un cibo sazia
e dell’altro rimne ancor la gola,
dell’un si chiere e di quel si ringrazia…

 Attnti, non li ha scritti uno strimpellatore qualsiasi, bensì Dante Alighieri, il quale, come leggete, frequentava le botteghe e le tavolate, e i popolani:

nella chiesa
coi santi, ed in taverna coi beoni.

 Io, cari amici, questo peccato non l’ho mai commesso, e, poco fidandomi dei libri sulla Calabria, la Calabria la conosco davvero, incluse le sue tavole imbandite. E siccome ho desinato anche akltrove, mi posso assicurare che altrove ci si nutre, in Calabria si mangia: e la differenza è sostanziale, eccome.

 E, sempre per le mie tantissime esperienze, l’ultima l’alba, poco prima la Passione a Badolato, altrettanto vi assicuro che la gente capisce benissimo, con o senza titolo di studio.

 Per esempio, se mi lasciassero fare, i Bronzi sarebbero stata l’occasione per far conoscere la famosa Magna Grecia. Della quale, vi assicuro per prova provata, non sanno un bellissimo niente proprio i laureati megalattici. Non ne sa niente nemmeno la plebe, ma la plebe, socratica, sa di non sapere; il laureato è anche torvo e presuntuoso.

 Volete le prove? Hic Rhodus, hic salta. Tranquilli, è latino.

Ulderico Nisticò