La guerra in Terra Santa, ovvero, cum parole…


…non si mantengono li Stati, insegna il Machiavelli; e tanto meno s’impedisce una guerra. Stanotte, un primo attacco israeliano per terra. Lezioncina: le battaglie si sa (e nemmeno sempre!) come iniziano, mai come vanno a finire. Nel caso in questione, una faccenda è bombardare dall’alto, tutt’altra faccenda è combattere sul terreno. Perciò, vedremo.

 Intanto stanno succedendo delle cose che giornali e tv dicono quasi sotto voce, però sono importanti. La prima è che si stanno schierando contro Israele degli Stati finora “occidentali” come la Giordania e la potentissima Turchia; e, state qui bene attenti, in nome dell’islam. In questa situazione, hai voglia di fare discorsi politicamente corretti e buonisti: chiunque mastica di storia sa bene che le guerre più feroci sono quelle di religione, seguite in graduatoria da quelle ideologiche e civili.

 E qui devo farvi una confessione. Se la guerra diventa tra islam e… e chi? mica contro i cristiani (“minoranza”, secondo una voce importante del Vaticano), ma contro gli Occidentali, generalmente laici o atei, ma Occidentali in senso geografico, capita per forza che l’Occidente si trovi sotto attacco e debba assumere i relativi provvedimenti. E ciò non riguarda solo gli Stati, ma ogni singola persona, incluso chi scrive. E si verifica quello che i Francesi chiamano “à la guerre comme à la guerre”; e gli Inglesi “right or wrong, my country”. Esempio: nella Seconda guerra mondiale tantissimi britannici non erano affatto d’accordo a fare la guerra per i capricci dei Francesi; però la fecero, e l’hanno pure vinta, sia pure malamente. È chiaro? E, come ho già scritto, quando una guerra dilaga, nessuno nemmeno si ricorda più com’è iniziata: la combatte, e basta.

 L’altra faccenda, che traspare zitta zitta sui giornali, è quella economica. La Striscia di Gaza, già poverissima, è oggi un mucchio di macerie e di cadaveri.

 Lo Stato d’Israele, che conta nove milioni di abitanti (ma due o tre sono arabi!), sta tenendo sotto le armi 500.000 persone in età attiva, che sono già per sé un peso enorme in termini di costi; e persone sottratte alla vita civile, quindi anche, anzi soprattutto all’economia. E io sarei curioso di sapere, numeri alla mano, come funziona davvero l’economia israeliana, e quanta parte è autentica e quanta è di soccorsi esteri. Certo l’economia non va avanti con la romantica produzione agricola dei kibbutz in pieno deserto.

 Gli Stati Uniti, la cui economia non è poi così zucchero e miele, tutt’altro, quanto possono continuare a spendere? Sempre ammesso che i dollari USA corrispondano davvero a qualcosa, del che molti dubitano, me incluso.

 Se l’ONU esistesse davvero, se esistesse davvero un’EU, ci sarebbero tutte le condizioni per costringere alla pace, quanto meno nel senso di non-guerra, proprio facendo leva sull’economia.

 Intanto farebbero bene tutti a smetterla con le opposte tifoserie.

Ulderico Nisticò