La monarchia britannica

Queen-ElizabethElisabetta II regna da 63 anni, più dell’ava Vittoria. La storia britannica, e prima quella inglese, si spiega in larga misura con quella della sua monarchia.
Intanto, la storia britannica: dal 1711, infatti, Inghilterra e Scozia, che erano dal 1603 due Regni in unione personale, divennero il Regno Unito di Gran Britannia, cui assurse l’unico erede protestante disponibile, il principe tedesco Giorgio di Hannover, da cui discende Elisabetta; la dinastia però prese nel 1917 il nome di Windsor. Da allora la solidità politica dello Stato dipese in gran parte dalla monarchia; e ciò nonostante che entrambi i Regni originari, in particolare quello inglese, avessero una tradizione di comunità organica, con autonomia di feudatari e città e dei parlamenti. Lasciate perdere la democrazia, che qui non c’entra; si raggiunse, a metà Ottocento, il “compromesso vittoriano” tra monarchia, aristocrazia e borghesia liberale; le classi popolari, trattate malissimo, arrivarono molto tardi a contare qualcosa.
Cosa rese così importanti i re inglesi? Intanto la sensazione che senza di loro non ci sarebbe lo Stato; e poi che molti di loro furono effettivamente determinanti per la vicenda politica e sociale della nazione: Enrico VIII, Elisabetta I, Anna, Giorgio I e Giorgio II, Vittoria, Giorgio V; ed Elisabetta II, che resta sul trono per difenderlo dal discredito. Molti re e principi furono chiacchierati e sospettati; e Giorgio III era pazzo nel senso clinico… Ma tutti sanno che senza la Corona, con tutti i suoi umani difetti e scandali, non c’è lo Stato.
Il secondo elemento della storia inglese è un’aristocrazia unica in Europa: mentre in Francia, Spagna, Italia la nobiltà degenerava in pigrizia, ignoranza e inutili privilegi, i feudatari inglesi dei primi del XVIII secolo, divenendo, sotto la regina Anna, ricchissimi per espansione dell’economia, si diedero un’etica severissima fondata su tre principi: servizio del re, soprattutto in guerra; cultura, in genere classica e neoclassica; stile. Il nobile inglese combatteva le guerre del re, leggeva i classici, beveva vini raffinati; e tutti questo, assieme: capitani di mare pronti a uccidere e morire, nel chiuso della loro cabina componevano versi in greco, centellinando Porto o Madera o Marsala; e appariva ai suoi marinai un essere superiore perché lo era! E il suo principio era che servire il re significava servirlo bene! Nel giugno del 1815 il generale Picton era in licenza, e stava ballando a Bruxelles; saputo che Wellington attaccava Napoleone a Waterloo, salutò le signore e andò a prendere il comando delle sue truppe così com’era, e, vestito da ballo, morì in prima linea.
Anche Nelson era quasi in pensione, quando lo pregarono di comandare la flotta, e vinse e morì a Trafalgar. Egli non discendeva da burbanzosi normanni, era figlio di un musicista; divenne ammiraglio e lord. Già, un’aristocrazia aperta, quella inglese, anche se ammetteva tra i suoi ranghi solo suoi pari: una volta ammesso, il borghesuccio Nelson era stimato pari a ogni pronipote di Rollone in persona!
Tutto questo, per il re. O per la regina: già Tacito c’informa che le tribù di Britanni eleggevano indifferentemente una regina o un re, e celebra le tragiche glorie di Budicca; secondo l’uso normanno, a Londra regna una donna in difetto di maschi: e anche noi abbiamo avuto due regine Giovanna, e a rigore anche una terza, la madre di Carlo V. Anche i feudi venivano ereditati dalle figlie, in difetto di maschi.
Non so come finirà, morta Elisabetta, la monarchia britannica. Quella che ho raccontato ne fu la storia.

Ulderico Nisticò

 

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