La Padrina di Palma Comandè, un romanzo di rottura

Chi si aspetta di trovare nel libro “La Padrina” di Palma Comandè, Rubbettino, pagg. 263, euro 16,00 il corrispettivo al femminile del seducente, mitico, carismatico Padrino, alias Don Vito Corleone di Mario Puzo, alias Marlon Brando, si sbaglia. Ed è proprio in questa scelta audace dell’Autrice la novità e la forza e che fa del suo ultimo lavoro narrativo un romanzo di rottura.

Non solo rispetto alle “esigenze” di mercato dell’industria culturale, che dice di voler venire incontro alle aspettative del pubblico ma che fondamentalmente le determina. Ma anche perché la letteratura è sempre di più influenzata dalle tecniche cinematografiche, televisive, pubblicitarie, dal linguaggio dei mass media e dalla informatizzazione. L’industria culturale e quella cinematografica in particolare, non finiscono mai di sfornare prodotti rientranti nella nuova Epica moderna fatta non di eroi o di semi eroi leggendari, ma di odiose, irritanti persone dedite al crimine. Del resto, non è che l’Epica antica fosse migliore: sempre di personaggi sanguinari si tratta.

Dal connubio tra cronaca e media che ne sono gli aedi, nasce la nostra Epica moderna. Romanzi e film campioni di incassi ne sono la testimonianza. Star e divi del cinema mondiale come il citato Marlon Brando (Il Padrino), Robert De Niro (Al Capone), Al Pacino (Scarface), Ben Gazzarra (Il camorrista) hanno prestato il loro volto a una nuova Mitologia di Eroi e a nuovi Miti in un intreccio di cronaca e divismo che ritroviamo, tanto per fare qualche esempio, negli amatissimi “I Sopranos”, “La Piovra”, “Il capo dei capi”, “Gomorra”, “Narcos”. Quando pensiamo a un boss non pensiamo al volto dei veri criminali che neanche conosciamo, ma al volto degli attori superstar che li hanno interpretati. Vedi Kim Rossi Stuart nel film Romanzo criminale. Spesso con l’alibi della denuncia, l’industria culturale ha contribuito a creare una coscienza di classe, una consapevolezza della forza e del potere criminale, basato sulla violenza e sull’intimidazione, e quindi amplificandone la pericolosità oltre che la ferale attrazione in maniera trasversale in tutti gli strati sociali.

A fronte di questa generalizzata Mitizzazione e di questa fiorente Epica della ‘Ndrina, una sorta di ‘Ndrineide, il romanzo di Palma Comandè va nella direzione esattamente opposta almeno sotto tre aspetti. Innanzi tutto, vengono analizzati dall’interno in un’atmosfera tesa, soffocante, cupa e pesante, l’intima fragilità, la paura, il tradimento, il terrore e il sospetto del complotto perenne in cui si vive in questo ambiente. Una narrazione quindi tesa a smitizzare, a riportare nella loro terrena misera disumanità i personaggi, non a esaltarne il coraggio, l’eroismo o il presunto valore di attaccamento al sistema “antropologico” di riferimento. In secondo luogo, la protagonista Mirià lancia il suo urlo di rivolta e di ribellione verso un sistema in cui è cresciuta e che vorrebbe arcaicamente inghiottirla come nutrimento e conservazione della specie.

La Padrina in cuor suo intravede nella nipote Mirià la sua ideale prosecutrice e depositaria dei valori ancestrali del sistema di cui è leader. Questa scelta di campo è la grande scommessa su cui ruota il libro: far franare, togliere il terreno sotto ai piedi agli archetipi di una mentalità arcaica, primitiva, che si autoalimenta su sé stessa proprio basandosi sull’obbedienza cieca o rassegnata. Che può contare su nuovi adepti. Il valore del romanzo è nell’evoluzione della protagonista che si basa certo sull’ascolto di una passione che pulsa dentro la sua anima, quella di fare la stilista, ma anche nel tenere a debita distanza i sentimenti e gli affetti familiari. Pare di sentire le parole di Antigone a Creonte: “Io sono nata per amare, non per odiare”.

Il controllo dei sentimenti forse è l’unica lezione che Mirià eredita dalla prozia Padrina ma indirizzandolo verso la libertà, verso l’affrancamento da quel mondo. Una terza ed ultima considerazione demitizzante sta nell’ambiguità e nella confusione del ruolo che si vorrebbe attribuire alla donna. Da un lato la donna non capisce niente e dall’altro invece capisce tutto (“perché ragiona da uomo”, pag. 176 e seguenti). Totem, sciamano e nume tutelare o presenza insignificante in una società maschilista.  Scenario confuso questo che contribuisce ancora, semmai ce ne fosse bisogno, a sfaldare quella Mitizzazione. Non è un umanesimo retorico o consolatorio quello che propone la Comandè, ma un percorso radicale, pedagogico da seguire se si vuole scardinare dal suo interno qualunque forma di mentalità criminale.

Maurizio Paparazzo