La Patria è morta, 8 settembre 1943

Armistizio_1943_corriere_della_sera“L’otto settembre è un giorno memorando: // volta la fronte all’invasor nefando, // l’Italia con l’antico suo valore // alla vittoria portò il vincitore. // L’otto settembre è memorabil data: // volte le spalle all’infausta alleata, // già col ginocchio a terra, // corremmo a vincer coi nostri nemici // arditamente quella stessa guerra // che avevamo già perso con gli amici.” (Curzio Malaparte, “Il Battibecco”, 1949). L’8 settembre del 1943, 72 anni fa, fu un giorno ignominioso per l’Italia consegnata dai Savoia e da Badoglio agli angloamericani senza alcuna garanzia e senza direttive politico-militari, con resa a discrezione, sì da ingenerare estrema confusione specie nell’esercito che si trovò allo sbando e facile preda dei nazisti. La reazione dei tedeschi, che erano da molto tempo a conoscenza degli intrallazzi italiani con gli alleati, fu immediata e durissima: un commando di paracadutisti liberò Mussolini, fatto arrestare dal re dopo la drammatica seduta del 25 luglio, e contemporaneamente l’esercito occupò militarmente l’Italia centro-settentrionale, dando così inizio ad azioni di guerriglia sanguinose e barbare. E mentre il duce del fascismo dava vita al governo della Repubblica sociale, con sede a Salò, sul lago di Garda, il governo Badoglio assieme al re fuggiva a Brindisi sotto la protezione degli anglo americani coi quali aveva deciso di schierarsi per ottenere condizioni di pace non devastanti. Ovviamente la sua viltà fu largamente (in Europa e nel mondo) derisa e anche la nazione Italia fu messa alla berlina in ogni modo per il poco onorevole comportamento dei suoi governanti, in primis il re “baionetta”. Lo sbando dell’esercito, la fuga poco dignitosa e “romana” del re e del governo a Brindisi, la duplice umiliazione subita dall’Italia da parte dei Tedeschi e dei liberatori Americani, dissolsero probabilmente sin d’allora il concetto stesso di Patria, come sostengono oggi molti studiosi. Se, infatti, è vero che non tutto il popolo italiano si sentiva in cuor suo di vivere una vita di cittadini nell’Italia fascista e monarchica ma piuttosto di sudditi, è altrettanto vero che non c’era alternativa a quell’Italia, unica realtà in cui la nazione poteva riconoscersi; e questo anche dopo la caduta del fascismo se non ci fosse stata soluzione di continuità con la monarchia. Ma così non fu; e dopo la fuga ignominiosa ed il tradimento, nacque l’Italia patria-antifascista sotto la spinta ed in nome della Resistenza in cui, tuttavia, si riconoscevano solo minoranze, non essendosi la generalità degli Italiani mai schierata politicamente, propensa a rimanere “neutrale” o “afascista”. Fu, quindi, giocoforza “correggere” la prospettiva storica e fare opera proteiforme della popolazione perché si sentisse antifascista, pur se con comportamento di resistenza passiva; nello stesso tempo si negò ai “repubblichini” di Salò fin’anche l’appartenenza italiana, quasi fossero lanzichenecchi, soldati di ventura. Ma per cercare di formare la nuova patria antifascista nata dalla Resistenza, si è dovuto anche alterare o meglio dimenticare una certa prospettiva storica su ciò che è accaduto ai confini con l’ex Iugoslavia, ovverosia le stragi commesse da Tito e dalle sue brigate partigiane, di migliaia di soldati e civili italiani “infoibati”. Vogliamo pur ammettere che allora fu necessario, per battere il regime nazifascista e far nascere una nuova Italia democratica, mentire ed ostacolare la ricerca della verità storica su fatti che forse, qualora fossero stati divulgati e di dominio pubblico, avrebbero potuto mettere allo scoperto lacerazioni e discordie all’interno della resistenza, con gran nocumento alla “causa” ed alla nazione italiana (Osoppo docet). Ma oggi, dopo la scelta democratica e repubblicana del 2 giugno 1946 non si può continuare ad ignorare volutamente quei fatti e tacere la realtà vera, ben diversa da quella presentata alle masse e sui libri di scuola. La reticenza storica e la memoria adulterata non contribuiscono alla formazione, nei cittadini, di una nuova e sentita idea di patria nata dalla Resistenza, sì, ma dopo gran travaglio e spargimento di sangue fraterno. Purtroppo in Italia la storia la scrivono i vincitori, e il fatto continua a essere un dejà vue: l’abbiamo visto, infatti, già con la mistificazione risorgimentale che ha elevato ad eroi e santi ladri di cavalli e assassini, corruttori e trucidatori di interi paesi. Così gli storici di regime per oltre 150 anni hanno celebrato solo una faccia della medaglia, ignorando sapientemente l’altra, quella dei vinti, diffamati e ridicolizzati sempre e comunque, giusto perché “les vaincus sont diffamés à toujours” (E. Junger). L’otto settembre non sia, dunque, una data da festeggiare ma di profonda riflessione: l’onore delle armi che gli anglo americani accordarono alle truppe italiane dopo El Alamein, ai primi di novembre del 1942, era diventato sorriso di scherno sui volti di quegli stessi nemici che, come “amici” dopo l’armistizio-baratto dell’otto settembre 1943, accolsero le navi della regia marina militare che si consegnavano a Malta senza sparare un colpo. Ed il Malaparte, sempre nel “Battibecco” del 1949, scriveva: “La guerra è sempre un gioco di denari // specie le guerre in stile liberty. // Gli Americani compran gli avversari, // noi li vendiamo: il gioco è tutto qui”. La verità a volte fa male ma non bisogna averne paura anche se, come Nietzsche scrisse nell’Ecce Homo: “Non è il dubbio, è la certezza che fa diventare pazzi”.

Adriano V. Pirillo

 

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