L’Europa dei poveri

Attenti, ragazzi: quando in Francia fanno una sommossa o una rivoluzione, le fanno sul serio; e non penso solo al troppo considerato 1789, ma a tanti altri episodi storici di grande rilievo, come il 1830, il 1848, il 1870-1. Ho scritto un post l’altro ieri, andatevelo a leggere.

A Macron, che non mi pare un’aquila come conoscitore della storia, e anche di altro, vorrei raccontare il 1936, quando andò al potere in Francia (con le elezioni, unico caso dell’Occidente) il Fronte popolare socialcomunista di Blum; che nel 1938 venne abbattuto non da nostalgici della monarchia assoluta e feudale, ma da un’ondata di scioperi degli operai francesi! Al posto suo, che è di sinistra, mi farei due conti.

Guardiamo però il problema. L’occasione della protesta è il prezzo del carburante; ma tocca il tema delle tasse; e, più in generale, accusa Macron di una condizione economica pesante di tutta la Francia.
La Francia? Ma guarda tu, quella che, assieme alla Germania, va dicendo di essere l’Europa ricca e felice! E invece non dev’essere così: e se l’Italia lamenta cinque milioni di poveri assoluti e nove relativi, totale quattordici, cioè un quinto circa della popolazione, anche la Francia sta male. In Germania, dove usavano le armi che anno, stanno votando a battaglioni affiancati contro la Merkel.
Insomma, ci sono in Europa (in Europa, non nel Congo o nel Guatemala) enormi masse di emarginati. Com’è possibile? Infatti, non dovrebbe essere possibile. Facciamo un altro ripasso di storia, dove troviamo molti episodi di carestie.

Pigliamo quella dei Promessi Sposi, del 1629-30. Il Manzoni la spaccia come effetto del malgoverno spagnolo, e invece la causa erano anni di siccità e quindi di scarsa produzione di derrate alimentari. Da buon illuminista, l’autore attribuisce il tutto a fatti umani, quindi rimediabili con l’applicazione, secondo lui, delle teorie economiche liberiste. Quando aumenta il prezzo del pane, “i fornai respirarono, e il popolo imbestialì”; da buon borghese, si stupisce che il popolo volesse mangiare, fregandosene del liberismo! La carestia, che non fu solo milanese, ebbe dunque cause naturali e non umane, e posso dunque spiegarmela come tante altre carestie. E aggiungo metodi di coltivazione che, ancora un secolo fa, erano quasi primitivi.

Ma oggi, con una tecnologia che appena decenni fa era da film di fantascienza, oggi, se ci sono in Italia 14 milioni di poveri e in Francia non so quanti ma tanti, eccetera, oggi la colpa non è del clima o del fato, oggi è degli uomini, è dell’evidenza che l’Europa è governata malissimo, e da incompetenti.
Ma sono tutti laureati in Economia, balbetta qualcuno. Beh, per capirci: immaginate una squadra di calcio la quale, al posto di un allenatore ex calciatore, sia guidata da un bravissimo e simpaticissimo giornalista sportivo. Ecco, compito degli economisti è raccontare l’economia, non dirigerla; soprattutto quando, alla Monti o alla Prodi o alla Junker, confondono l’economia (i beni reali) con la finanzia (i soldi, che ne sono solo la rappresentazione per comodità). L’economista è quello che, pur di far quadrare il bilancio, sbatte la gente a morire di fame, e poi conclude che va benissimo così, e gli assegnano il Nobel.

Abbiamo ottenuto, con questi bei metodi, un’Europa strapiena di telefonini e scarsa di pane: circenses senza pane! Un’Europa che soffre di sovrapproduzione di qualcosa e sottoproduzione o assenza di altro. Alla faccia degli economisti da Nobel! La gente reale non ne può più, e scende in strada; e, di solito, inizia la Francia, poi s’infiamma tutto il continente.

L’Europa Unita è il fallimento del liberismo, come nel 1989 l’abbattimento (non “caduta” come fosse stato un sisma per caso!) del Muro segnò il fallimento del comunismo. Il comunismo non funziona mai, se non i casi eccezionali come una guerra; il liberismo funziona solo quando c’è l’abbondanza, e quando no, gli abbienti, sempre più pochi, si chiudono in difesa, e i più patiscono la fame, o si ribellano.

La soluzione non è nel dirigismo, ma in un’economia sana, che privilegi la produzione di cose utili e necessarie, e poi, solo poi di ninnoli e di una buffa e infantile “felicità” fatta di giocattoli. Un’economia sana genera come effetto il lavoro: lavoro, quello che fa sudare, e la sera uno se ne torna a casa soddisfatto di sé, e non va a cercarsi paradisi artificiali ed edonismo dei miserabili.

Ulderico Nisticò

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