Lila e il Mago nel racconto a 3D di Francesco Pungitore

Nel suo racconto lungo Il mago di Nardodipace (2019), Francesco Pungitore sviluppa la vicenda su tre piani narrativi intrecciati che corrispondono alle tre dimensioni umane: quella più profonda, nascosta, che c’è dentro di noi; quella reale, che cade sotto i nostri sensi e il nostro agire quotidiano e, infine, quella misterica, che ci pone in rapporto con il soprannaturale. Il lettore è, infatti, condotto per mano dall’Autore in questa tridimensionalità per cui si ha la sensazione di fare un viaggio a 3D in una realtà aumentata. La coesistenza di questi tre livelli narrativi dilata il paesaggio intorno a noi, imprime velocità al tempo, ci apre spazi senza confini, dislocazioni psichiche e visioni di epoche lontane. Lo stesso Pungitore ha probabilmente percepito questa vorticosa tridimensionalità del suo racconto al punto tale da pensare giustamente di definirlo un fantasy.

Ma Pungitore è attento a non perdere il filo della narrazione e anzi riesce a padroneggiarlo al fine di rendere comprensibile e lineare la vicenda dei due protagonisti, Lila e il Mago. Il loro compito è in fondo abbastanza “semplice”, sconfiggere il Male rappresentato dallo sciamano negromante Hiram che vuole sottomettere e annientare l’umanità. L’incontro tra Lila e il Mago è necessario, dunque, per garantire la sopravvivenza del genere umano e la vittoria del Bene. Hanno la stessa mission ed è naturale che uniscano i loro poteri per un fine condiviso.

In realtà, però, ciò che accomuna e muove veramente i due protagonisti è il fatto di avere entrambi una colpa sulla coscienza. Lila si sente responsabile della morte di sua sorella. Il Mago, invece, ha sulla coscienza quello che fu definito “un tragico incidente”, ma di cui egli si sente colpevole, la morte di una ragazza quando era alla guida dei suoi confratelli nell’antico Tempio di Nardodipace. Un peso opprimente che lo aveva invaso da quando non era stato in grado di fermare quella ragazza. È quindi un senso di colpa che induce Lila e il Mago su un percorso comune di purificazione. Il loro viaggio non è altro che metafora della vita, la ricerca del modo per potersi liberare dal “peccato originale”. Il loro sarà un cammino verso la luce inteso quindi come un viaggio attraverso prove da superare, ostacoli, incontri ma che ha come scopo innanzitutto la purificazione dal “loro” male.

C’è un significativo pit stop nel capitolo Atanor quando il Mago viene avvolto da “un oceano di immacolata lucentezza”. Qui il Mago comincia a ricordare uno stato precedente a tutte le condizioni umane prima che l’umanità venisse immersa nel regno della materia. Uno stato di pura lucentezza, il paradiso perduto prima della caduta. Più avanti sarà la stessa Lila a ricordare: “Tutto questo è colpa mia”. Sarà determinante l’incontro con la Furia che rammenta a Lila di “essere solo una peccatrice che deve lavare l’onta del suo passato”.

Senso di colpa, peccato originale, desiderio di emendarsi che fa da contrappeso a quella che è forse la colpa più grave verso Dio di cui si macchia Hiram: l’arroganza, la presunzione, che i tragici greci chiamano ubris. Prima di giungere alla conclusione, il Mago/Pungitore ci rivelerà il suo Credo, una bella e nitida pagina che sintetizza la sua visione della vita, risultato di esperienze e condensato di tutti i libri a cui il racconto fa di continuo riferimento.
Il viaggio porterà i due protagonisti Lila e il Mago alla redenzione.

Maurizio Paparazzo