Murat: un altro centenario passato in cavalleria

Murat2Il 13 ottobre 2015 Gioacchino Murat, inopinatamente sbarcato a Pizzo, venne fucilato. Solo un volenteroso comitato cittadino sta ricordando alla buona l’evento, con forme spettacolari ma mi pare con scarso contenuto culturale.
Assenti ingiustificati dalla ricorrenza i seguenti Enti e persone: le quattro Università, una delle quali avrebbe, a tempo perso, anche una Facoltà di lettere e storia: avrebbe; le Scuole; la Regione; la Provincia di Vibo; i giornali e le tv; i famoso intellettuali calabresi antimafia segue cena, e senza cena niente; eccetera.
Prevengo lo scemo del villaggio: e tu? chiede. Io, a parte convegni e articoli e libri negli anni, ho rappresentato, il 22 agosto scorso, a Squillace, il mio lavoro teatrale “Al tempo dei fratelli Pepe”, con ampio spazio per Murat. Considerando che era tutto gratis e all’avventura, credo di aver fatto più io da solo e con pochi amici, che Università, Regione eccetera messi assieme.
Ma, ora che ci penso, una Calabria che nel 2007 ha lasciato allegramente passare l’anniversario di s. Francesco di Paola, una Regione ridicola con Sirleto, volete che se ne freghi di Gioacchino Murat che i più sanno solo che morì a Pizzo e ben si guardano dal voler informarsi chi fu e se lo fucilarono per motivi politici o per divieto di sosta del cavallo? Ora ve lo racconto, molto in breve, io, da storico e senza tifoserie più o meno di loggia o il contrario.
Era uno dei figli della rivoluzione e della fortuna. Valoroso spadaccino e cavalleggero, compì le rapide carriere dei tempi di Napoleone, nel frattempo divenuto imperatore; ne sposò la sorella Carolina, e fu creato granduca di Berg; nel 1808 Napoleone trasferì infelicemente sul trono spagnolo il fratello Giuseppe e nominò Gioacchino re di Napoli.
Due anni prima i Francesi avevano facilmente spazzato via l’esercito borbonico; ma il popolo, soprattutto in Calabria, prese le armi contro gli invasori, e fu una lunga e durissima guerra per bande. A differenza del 1798-9, quando solo una sparuta minoranza di intellettuali si schierò con i Francesi, nel 1806 si formò un forte partito napoleonico, composto di aristocratici e borghesi; e la guerra fu anche guerra civile, con i caratteri di crudeltà di simili conflitti.
Murat, mentre rispose con la ferocia alla ferocia, mirò a rafforzare i suoi sostenitori, consentendo loro di impadronirsi del potere locale (trasformò i casali in Comuni a netto dominio borghese); di acquistare a basso prezzo i latifondi poi spacciati per ereditati e persino feudali; di compiere carriere burocratiche; e, avvenimento inedito da secoli nel Meridione, militari. Da uomo di guerra com’era, pose la massima attenzione alla formazione di un esercito nazionale, costringendo i generali francesi ad assumere la cittadinanza napoletana, e creando una classe di alti ufficiali indigeni, che darà ottime prove in Russia, Germania, Lombardia…: Florestano e Guglielmo Pepe, Arcovito, Ambrosio, Colletta, Carascosa, Filangieri…
Ciò lo pose in crescente contrasto con l’ingombrante cognato; dopo la Russia e Lipsia (giugno 1813), Murat ruppe definitivamente con Napoleone; si alleò informalmente con Austria e Gran Bretagna; combatté vittoriosamente contro il Regno d’Italia del viceré Eugenio; partecipò al Congresso di Vienna.
Quando si accorse che Londra e gli Asburgo si accordavano per far tornare i Borbone a Napoli, decise un colpo di mano, attaccando l’Austria e conducendo l’esercito in Toscana e Lombardia; da Rimini lanciò agli Italiani un proclama che cadde nel vuoto, tranne alcuni versi abbozzati riservatamente dal Manzoni e un saggio filoaustriaco del giovanissimo Leopardi; si ritirò, ma a Tolentino fu battuto dall’asburgico Bianchi.
I generali ricondussero in buon ordine le truppe a Napoli, dove stipularono il compromesso da ambo le parti insincero di Casalanza. Murat riparò in Francia, trovando sede in Corsica. Nel frattempo Napoleone era tornato sul trono ed era stato definitivamente sconfitto a Waterloo il 18 giugno.
La spedizione di Pizzo, del tutto illogica, resta un mistero. Validi documenti suggeriscono che Murat sarebbe stato attirato in una trappola. Oggettivamente, la sua morte rendeva tranquilli da eventuali rivendicazioni sia i Borbone di Napoli sia i Borbone di Francia. E faceva comodo anche ai murattiani passati al nemico; ed ecco un bell’esempio. C’era nella commissione un certo Scalfaro, fatto barone da Gioacchino, e scopertosi borbonico; non era certo entusiasta di dover rendere conto del salto della quaglia; e pensò bene di dare una mano alla fucilazione. Per la cronaca, è antenato diretto di Oscar Luigi!
Sbarcato in Calabria, dunque, Murat non aveva trovato alcun sostegno locale; arrestato, subì processo per mero riconoscimento personale: il suo reato di sbarco in armi era, infatti, palese, secondo una legge da lui stesso promulgata e mantenuta dai Borbone.
Tutti i particolari romantici ed eroici e i paroloni retorici che si raccontano sono un’invenzione del Dumas.
La presenza di Gioacchino nel Meridione e le sue innovazioni e riforme segnarono, nel bene e nel male, la nostra storia dei due secoli seguenti. Ma siccome della storia calabrese si sa solo lo sbarco di Ulisse e l’emigrazione e la mafia segue cena; e di Murat solo il nome, ecco che il centenario passa in cavalleria: detto di un cavalleggero, mai metafora stette così bene. Questa, ragazzi miei, è la cultura calabrese; e la Calabria in generale.
Che ci sta a fare l’UNICAL, Facoltà di lettere?

Ulderico Nisticò

 

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