Poliporto, Panaia e vincoli

chiesetta di San MartinoNell’immaginario collettivo, mio compreso, l’archeologia italiana è solo una cosa che mette vincoli e tanti saluti. A Soverato ne hanno messo uno che impedisce ai pericolosissimi bambini di immergersi con pinne e occhiali, rei di inesorabilmente danneggiare scogli e più o meno resti di Poliporto. Il tutto, fino ai limiti territoriali di Soverato, come se i (presunti) Poliportesi ce l’avessero tanto con i (presunti) Aurunci da costruire solo entro i confini della Soverato del 2015, evitando, con mappa catastale in mano, Montepaone.
Lo stesso per Panaia di Stalettì, subito vincolata. Bene, benissimo: ma, ora?
Ora che facciamo, per studiare e valorizzare e utilizzare:
– a Soverato, area di Soverato “Vecchio”; tracce grecoromane a Mortara e Santicelli; tombe sicule; Poliporto propriamente detta; Pietà del Gagini; castello e torre…
– a Stalettì, laure bizantine; Kastron; San Gregorio Taumaturgo; San Martino; Panaia; Lamia; Grotta di San Gregorio…
ecco, per tutte queste belle cose e tante altre, che facciamo?
Dovremmo intanto contestualizzarle. Gli archeologi sono senza dubbio bravissimi nel loro mestiere, ma hanno il vizietto di guardare con sufficienza gli storici come fossero dei dilettanti. Lo storico, che se è uno storico vero è proprio così, un dilettante molto intuitivo, si preoccupa poco se il Kastron aveva sei, otto o quarantaquattro torri e di che anno esattamente, e corre subito alla domanda che ci facesse un kastron, a difendere che, a far la guerra a chi…
Se il Brebion di Reggio parla di un San Martino di Squillace e Soverato, è la chiesetta? Tanto grande era il territorio di Soverato, e poi che fine fece? Squillace, cioè Scillezio e Scolacio, confinava dunque con Poliporto? Quante domande senza risposta…
E perché il mare era così pericoloso che Virgilio lo ricorda come “navifragum Scylacaeum”? Naufragò anche un galeone spagnolo, e il fantasma di una nobildonna vaga ancora attorno a Pietra Grande.
E che dire dell’arrivo prodigioso delle Spoglie dei santi Gregorio e Agazio dal lontano Mar Nero?
Insomma, ecco cos’è la valorizzazione della storia, magari anche a uso dei turisti curiosi. Allora ha un senso porre vincoli, e i vincoli vengono capiti e accettati dalla popolazione. Siracusa campa di tragedie.
Anche a Scolacio sono rarissimi quelli che vanno per scopi culturali intesi in senso stretto; però un mese l’anno si riempie di veri o presunti amanti della musica; ed è meglio che niente. Allora un vincolo ha senso.
La Calabria ha un immenso patrimonio medioevale: ne fanno buon uso quasi solo S. Severina, Altomonte e Gerace.
Torniamo dunque a Panaia, Παναγία, la Tutta Santa, Santissima, riferito alla Madonna. Bisogna attirare l’attenzione sui resti, e su tutto il territorio di Stalettì; e, per quanto riguarda l’area in senso stretto, richiedere che la si studi e la si delimiti.
Già, la si delimiti. Io voglio molto bene all’aoristo cappatico, alla battaglia di Salamina, agli sfortunati amori di Catullo e alla Divina Commedia; roba che, oltre tutto, mi dà da mangiare. Però non è che i morti devono uccidere i vivi, e che la presenza di una qualsiasi traccia del passato comporti che un’area debba essere vietata anche agli sguardi. Il punto è avere contezza scientifica di ciò che si studia; stabilire cosa ed entro che termini conservare; intervenire o non intervenire di conseguenza.
E, soprattutto, ricostruire il passato per renderlo presente. Se era una chiesa, un convento, c’erano intorno dei fedeli, dei campi coltivati, dei pescatori, degli artigiani che salavano il pesce come Cassiodoro; e feste; e amori; e guerre… A proposito, non è che quando si dice guerra vuol dire per forza che l’abbiamo persa oppure che siamo scappati come lepri: se no, il Kastron, il Torrazzo, il casino Pepe, che ci stavano a fare?
Un giorno vi racconterò il giallo dei saccheggi turchi.
Per concludere, mi dichiaro disponibile a far qualcosa per Stalettì, e ricordo anche di aver pubblicato a tal proposito due saggi:
– Padre Raimondo Romano, il culto di san Gregorio e le incursioni turche del 1644 e 1645, estratto da Vivarium Scyllacense, 1997;
– Squillace 1243, un patto tra monasteri, estratto da Vivarium Scyllacense, 2001;
Dichiaro però anche la mia più ferma intenzione di tenermi mille miglia lontano da ogni implicazione di carattere politico locale, e interventi di chicchessia che non sia storico o archeologo. E diecimila miglia da dispute che riguardino faccende amministrative di Stalettì, a me ignote e che ignote desidero mi rimangano. Io parlo di quello che so, che, grazie a Dio, è molto; ma su quello che non so, taccio come il dio Arpocrate.
Ulderico Nisticò

 

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