Senza fiera

 Chissà se qualcuno potrebbe calcolare con esattezza – ma basta un’occhiata – il danno che patisce Soverato senza la fiera di Galilea e senza il suo indotto; l’occhiata è sufficiente, e questo triste lunedì aggiunge chiusura a chiusura, crisi a crisi; e, non ultimo problema, anzi primo, depressione morale a depressione. Non resta che ricordare, malinconicamente, il passato.

 Era il 1891. Da dieci anni, con gesto coraggioso e spiccio (coraggio e rapidità vanno sempre assieme: cosa fatta, capo ha! I pavidi, invece, se la stanno a pensare) Soverato aveva portato il capoluogo municipale a S. Maria di Poliporto, che prese il nome di Soverato Marina. È ancora, in tutta la costa ionica, un esempio unico.

 Il Comune contava tremila anime, e non ne voleva contare di più. Di questi tremila abitanti, almeno il 98%, donne comprese, era addetto a commerci all’ingrosso e al dettaglio, artigianato, navigazione, ferrovia e trasporti interni. Attenzione, non sono bufale alla Pino Aprile e reinvenzioni del passato: ci sono documenti, ci sono foto a provarlo; e c’è la Mostra, che spero trovi la sua collocazione naturale, al più presto covid permettendo, nella Sala consiliare.

 Ecco dunque un’altra iniziativa audace, la fiera. Le sette grandi fiere del Regno erano state istituite da Federico II (1198-1250 in quanto re); per la Calabria, a Cosenza. Tutti i paesi avevano la loro fiera, secondo un calendario che teneva conto delle feste dei santi, anch’esse scadenzate, ma che erano solo estive per comprensibili ragioni di clima e strade. La grande novità di Soverato fu una fiera primaverile, in un periodo tale da non temere concorrenza e attrarre da tutta la Calabria e oltre.

 Il piatto forte era un’attività che forse oggi pochissimi ricordano di aver vista con i loro occhi: la fiera degli animali da reddito e da lavoro, che si teneva nei “Prati”, oggi via Amirante. Era uno spettacolo pittoresco, con buoi, pecore, capre, maiali, cavalli, asini, muli, e bestiame minuto; con centinaia, migliaia di compratori e acquirenti e curiosi. La fiera degli oggetti era, a quei tempi, essenziale per l’acquisto di cose che, generalmente, non erano di produzione artigianale: “Nu’ jorne me ne annetti da la casa; jeve vinnendu spingole francese…”: spille da balia, di sicurezza, e altra roba forestiera. Si vendevano, in cambio, scampoli di tessuti avanzati al bisogno familiare; e a volte i capelli, che ragazze e donne facevano apposta crescere. C’erano gli zingari a vendere il ferro, le zingare a leggere la mano; il “sanpaularu” con gli antidoti del veleno; e i teatranti della sceneggiata: “Tenitimi, tenitimi, c’o sparu… ”, gridava il guappo fanfarone. Un mondo. In tutto questo caravanserraglio, l’ordine pubblico non né ebbe mai a soffrire, né quello animale né quello umano.

 Martedì scendevano i Santi a Galilea, e ed era altra festa.

 Si aggiunse poi il mercatino settimanale. E nessun commerciante intelligente (allora lo erano tutti!) pensò che mercatino e fiera togliessero loro gli affari. Anzi, dell’affluenza beneficiava direttamente e indirettamente tutto il territorio; ed era anche una forma di turismo, con apertura di punti di ristorazione… Anche il mare attraeva, in un paese che, alla data del 1881, parlava ufficialmente di “attività balneari”, in un tempo in cui da Napoli a Viareggio escluse, fino agli anni 1930 c’erano solo acquitrini; a Rimini e Ravenna si affacciava qualche tedesco più in cerca di Teodorico che di bagni!

 Regola generale: quando i soldi girano, girano per tutti, ovviamente non in assurde e ingiuste parte uguali, ma per tutti. Quando non girano, ne patiscono prima i poveri; subito dopo anche i meno poveri. E i ricchi? Non è un problema calabrese: qui ricchi, in senso vero e non il solito “nonno barone” fasullo, non ce ne videro mai; e quando a Soverato c’era gente davvero benestante, è perché lavorava diciotto ore al giorno, e ci pigliava gusto; anche durante la fiera e per la fiera.

 Sed haec olim fuere.

Ulderico Nisticò