La legge sul celibato e l’esproprio proprietario

La proposta governativa di dare un terreno agricolo a chi mette al mondo un terzo figlio sta suscitando un florilegio di battute anche simpatiche. Ridiamoci sopra, poi facciamo un poco di storia.

Il precedente recente è nelle leggi di Mussolini sul celibato, che veniva tassato, e nell’incentivo alla procreazione con sgravi fiscali e provvidenze varie. Ma uno più antico, molto più antico, è di Cesare Augusto dominatore, a vario titolo, di Roma dal 42 aC – alla morte nel 14 d.C. Quando si accorse che l’Italia stentava a fornire uomini per le legioni; e che i campi si stavano spopolando, impose ai maschi di sposarsi, pena non solo una tassa, ma il divieto di partecipare alle cerimonie e frequentare teatri. Orazio, celebratissimo poeta e amico personale di Augusto, ma scapolone impenitente, ebbe un permesso speciale per ascoltare, nel 17, il Carmen saeculare da lui composto: “Alme Sol… possis nihil urbe Roma visere maius”: sì vero, ma una Roma che rischiava di spopolarsi.

Il problema demografico dell’Italia in questo XXI secolo d.C. non è minore di quello del I a.C., anzi è aggravato da un evidente invecchiamento: me incluso. Qualcosa bisogna fare, e non penso certo all’importazione!
Ma torniamo al terreno agricolo da donare ai felici genitori di tre figli. Questa ipotesi pone due problemi:

– la gente desidera la terra da coltivare? Beh, pare di sì, se c’è un certo ritorno all’agricoltura; e vada per un terreno, a patto di avere un certo capitale e un poco di competenza. “O fortunati, tantum sua si bona norint, agricolae”, cantò un altro che rimase scapolo, Virgilio. Piccole contraddizioni augustee.
– seconda domanda: dove pigliamo i terreni da assegnare all’incentivata e numerosa famiglia dei neocontadini?

Alla seconda domanda, rispondo io, e non è la prima volta che tocco questo argomento. Udite.

1. L’Italia, e in particolare il Meridione e la Calabria, mostrano con tutta evidenza lo spettacolo di tantissima terra ormai incolta, anzi inselvatichita.
2. Tali particelle di terra sono, generalmente, divise tra numerosi proprietari, alcuni dei quali irreperibili quando non morti all’estero.
3. La terra incolta è, ovviamente, improduttiva…
4. …e per di più pericolosa per incendi e frane.
5. Fosse per me, la confischerei e tanti saluti (ho anche io quattro ettari quasi ignoti!); ma la cosa diverrebbe causa di infinite liti giudiziarie, eccetera.
6. Non resta che un “esproprio proprietario”: chi vuole coltivare la terra, se la piglia, pagando il fitto di 01,00 € l’anno per vent’anni, rinnovabile.
7. Ai genitori del terzo fanciullo, la terra la paga lo Stato: tanto, a 01…

Così affrontiamo il problema di ripopolare l’Italia di Italiani, e quello dell’abbandono dell’agricoltura. L’agricoltura richiede lavoro e dedizione, quindi si otterrà un terzo effetto, quello che da sempre desiderano (o sognano) i tradizionalisti e reazionari: la formazione di un solido ceto contadino, sano fisicamente e moralmente alieno dai vizietti della città spacciati per progresso e “promozione umana”.

Succederà? Boh: vedremo. Intanto, mi piace moltissimo l’idea: a chi fa tre figli, la terra! Ovvio che servono aiuti e strutture eccetera, ma se l’idea passa, ce la faremo anche a questo.

Ulderico Nisticò

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