Calabria colonia


 È una battuta di spirito del compianto Zitara, cui alla fine credette anche lui, e la ripetono i meridionaldomenicali, facendo credere che il Meridione, e qui parliamo della Calabria, sarebbero stati derubati (“arrobbateeeee”) di non ci spiegano mai che, però, secondo loro, erano immani ricchezze.

 Essi ignorano il concetto di colonia come s’intendeva nell’Ottocento. I possedimenti africani e asiatici di Gran Bretagna (un quarto del mondo intero!), Francia, Italia, per qualche decennio Germania, e persino Olanda e Belgio, furono più acquistati che conquistati, con rari fatti di guerra. Arrivata tardi, l’Italia dovette combattere per Libia ed Etiopia. I dominatori s’impadronirono di alcune risorse; per accorgersi poi che spese e impegni erano nettamente superiori ai guadagni; donde, dal 1960, una frettolosa e vile decolonizzazione.

 Intanto avevano portato la modernità, anche se, ovviamente, in modo caotico; e Africa e India si trovarono industrie e ferrovie e strade quasi in un attimo, e con scarso sostrato. Ma prima non solo gli Africani, ma l’India, con millenni di civiltà, era tecnologicamente molto arretrata. Eccetera.

 E il Regno Due Sicilie? C’erano, come si sa, alcune aree industrializzate; sebbene separate e senza far rete; ed essendo spesso industrie di Stato come Mongiana, etc. Il resto erano derrate con scarsissimo valore aggiunto. I tecnici delle industrie erano spesso stranieri, più frequentemente francesi, con qualche inglese. Una classe di tecnici locali stentò a nascere, e ciò fu segno delle gravi disparità tra i ceti: i benestanti (ricchi, è un parolone!) tendevano a indirizzare i figli verso professioni lucrose come la medicina, o di prestigio potere come l’avvocatura e il notariato. Perciò, studi classici e accademici. Le scuole tecniche erano molto meno numerose dei licei; e tale situazione si è protratta fino al XX secolo, e forse continua. 

 Quando, nel 1865, lo Stato unitario mise mano alla ferrovia Bari – Reggio, che verrà completata dieci anni dopo, dovette compiere un’impresa immane, bonificando e sbancando coste in massima parte deserte e selvatiche. Per fare ciò, utilizzarono, credo, mano d’opera locale dequalificata; ma non dei tecnici, che non c’erano. Donde la necessità di colonizzare!!! 

 Arrivarono tecnici, ferrovieri, capistazione da fuori. Immagino che, sulle prime, fossero vittime dei peggiori pregiudizi anticalabresi. Quasi sempre, arrivati in Calabria, si trovarono bene, misero radici e si sposarono, senza ripartire mai più: da ciò numerosi cognomi forestieri di calabresi del 2023. Pian piano, ecco i ferrovieri locali; e quella categoria rivoluzionaria che furono i casellanti: contadini con un poco di istruzione, obbligatoriamente sposati, a difesa e lavoro dei passaggi a livello. In cambio di grandi sacrifici, avevano il salario marito e moglie, e un casello che era una vera casa moderna. Per le mogli, fu un salto enorme di qualità: non solo lo stipendiuccio e la casa, ma cominciarono a essere chiamate “donna Maria”, e sappiamo che il meridionale è più sensibile al titolo che ai soldi: vedi mastro-don Gesualdo.

 Lo stesso accadde ai maestri elementari. Ah, se in Calabria del 1860 avessero cercato filosofi, ne trovavano un visibilio; ma per istruire i bambini, i filosofi non servono, anzi sarebbero dannosissimi. E li fecero venire da fuori. 

mEsempio di danno causato da un filosofo? La distruzione di Sibari ad opera di Crotone istigata da Pitagora, nel 510 aC.

 Ovvio che la “colonizzazione” postunitaria apportò benefici di varia natura. Un esempio curioso. I proprietari di boschi, più o meno sedicenti nobili (“nobbbbbbilllli”), si videro arrivare quello che mai avevano toccato con mano, il denaro vivo, grazie alla vendita di traversine di quercia. Poca roba, ma meglio che niente. Poi sono state inventate le traversine di cemento, e addio alle querce dei nobili.

 Vedete che succede, quando ci si rifiuta di ammodernarsi? Anche oggi, nel 2023 quasi 24, ci servirebbe di nuovo una bella colonizzazione, magari anche per formare professionisti locali e tecnici.

Ulderico Nisticò