Dante cattolico

Si leggono e si sentono cose strane, su Dante, e tanto più ne ho sentite il 25 marzo… tranne in Calabria, terra omertosa, e zeppa di ignoranti con laurea, in cui di Dante non hanno detto una virgola né la Regione né le Università né gli intellettuali piagnisteo. Se ne frega di Gioacchino, la Calabria!

Quale migliore occasione di oggi, Domenica delle Palme, per ricordare a tutti i distratti e ai mestatori, anche in buona fede, che Dante Alighieri è perfettamente e indubitabilmente cattolico nel senso più ovvio, direi banale. Ha sì riempito l’Inferno di papi, arcivescovi, preti e monaci peccatori, ma in questo non c’è nulla di rivoluzionario o eversivo, essendo nella Dottrina la distinzione tra la funzione e le persona. Nel XIX Inf. è condannato Nicolò II in quanto simoniaco, ma Dante afferma che prova “riverenza delle sacre chiavi”, giacché fu papa; e persino il suo nemico Bonifazio VIII, di cui nello stesso canto si annunzia il prossimo arrivo tra i dannati (morrà nel 1303), nel XX Purg. è chiamato Vicario di Cristo. La corruzione degli ecclesiastici, già presente nelle invettive evangeliche contro i Farisei, è un concetto antico, incarnato da Cluny e da Gregorio VII…

Per Dante, come per molti, non è una casualità di persone peccatrici, ma è un sistema, come chiaramente espresso nel XVI del Purg. (34+16 = 50: è il canto centrale): la Chiesa vuole esercitare il potere politico, mentre ciò è esplicitamente vietato dal dettato di Cristo, “date a Cesare quel che è di Cesare, date a Dio quel che è di Dio”; e non ne è capace, perché non è il suo carisma.

Chiarito questo, i concetti che Dante esprime sono rigorosamente cattolici nel libero arbitrio (ancora il XVI Purg.), e quindi la giustizia della pena e del premio; nella piena accettazione del Purgatorio e del Corpo Mistico, per cui le preghiere e opere dei vivi agiscono a vantaggio dei purganti: e ciò solo mette Dante agli antipodi di Lutero! Dio è punizione ma anche misericordia, purché la si chieda nelle debite forme, e attraverso la Chiesa: con qualche eccezione all’ultimissimo istante, all’orlo della vita, come Bonconte (Purg. V) che muore “nel nome di Maria”. Maria, la Madonna: e questo stronca ogni conato dei protestanti in servizio o di complemento.
A proposito di Lutero, Dante loda san Domenico perché (Par. XII) “negli sterpi eretici percosse l’impeto suo, più fortemente quivi, dove le resistenze eran più grosse”, cioè usò l’Inquisizione. Potete non essere d’accordo, ma non appioppate a Dante il tenativo di “dialogo”. Vero che (Par. XI) san Francesco seppe cogliere nelle eresie quanto c’era di buona volontà, ma è tutt’altro discorso che mettere in dubbio la Dottrina.

Come nella Dottrina è cattolico, Dante lo è nella morale, lontano da ogni spiritualismo e da quello che in seguito sarà detto giansenismo. Le persone non sono affatto uguali e dai ruoli interscambiabili, ma “diversamente per diversi offici”, e la comunità naturale e civile si fonda sulla differenziazione delle vocazioni, come si legge bene nell’VIII Par., “un nasce Solone e l’altro Serse, l’altro Melchisedech”. La comunità ha bisogno di leggi e di chi le faccia severamente applicare (Purg. VI e XVI), cioè dell’Impero, rappresentato mirabilmente dall’imperatore delle leggi, Giustiniano, in Par. VI.

Nelle comunità differenziata – e siamo lontanissimi dall’ugualitarismo generico – ci sono doveri diversi. Cacciaguida (XV-XVII Par.) parte per la Crociata, ivi muore ucciso, ed è perciò nel cielo dei Martiri, avendo scontato i peccati “sanguinis effusione”. Ciascuno deve dare quello che può: Dante, ci ha dato la lingua italiana, oggi tanto in pericolo sotto i colpi dell’italiese! Piccarda (Par. III), che era nata per essere santa e dotta suora, non può dare il meglio, quando viene costretta al matrimonio, per cui non era vocata.

Cunizza (Par. IX), che vocata lo era fin troppo, è in cielo per aver molto amato, in tutti i sensi. Ma qui s’insinua, attraverso i provenzali, l’amore come lo intende Platone: amare le cose belle per amore del Bello/Bene.

Contentatevi di questo, e chiariamo dunque il pensiero di Dante. Ripeto che si può non essere d’accordo, ma non è corretto fare un buonista Dante, sicuramente il poeta più arrabbiato della storia di ogni letteratura; e uno di quelli che “in fondo in fondo diciamo la stessa cosa”, perché non è vero affatto, “per la contraddizion che nol consente (Inf. XXVII)”: egli credeva che A è uguale solo ad A, e perciò è diverso da B, C… e figuratevi da Z.

Buone Palme.
Ulderico Nisticò