La storia di Costanza d’Altavilla

Come amo ripetere anche quando rappresento un mio lavoro, il teatro è “il falso che è più vero del vero”, e perciò vige la libertà di creazione, che è privilegio di ogni regista e autore. Per fare un esempio, quando abbiamo rappresentato Eutimo, io chiarii subito che l’eroe era di Locri e il suo nemico stava a Temesa, e che Soverato non c’entrava niente; tanto meno il Cecino, che è tra Locri e Reggio: ma noi lo abbiamo trasferito!

Non è male però cogliere l’occasione dello spettacolo “La confessione” per dire qualcosa di vicende ormai antiche e dimenticate, e che però hanno segnato profondamente la storia del Meridione.

Sconfitto nel 1053 a Civitate papa Leone IX, il normanno Roberto Guiscardo si accordò con la Chiesa, venendo riconosciuto duca di Puglia e impegnandosi a riconquistare il Meridione bizantino (nel 1054, non a caso, in definitivo scisma da Roma) e la Sicilia araba. Nel 1060 prese Reggio; nel 1070, Bari; due anni dopo s’impadronì di Salerno, ponendo fine al Principato longobardo indipendente; nel 1071, Roberto e Ruggero iniziarono la riconquista della Sicilia, che, morto Roberto a Cefalonia mentre marciava contro Costantinopoli, venne completata da Ruggero con l’epico duello contro l’emiro Benavert al largo di Nicotera.

Granconte di Calabria e Sicilia, Ruggero [I] visse a Mileto, la capitale della sua avventurosa giovinezza, e vi morì nel 1101. La moglie, Adelasia del Vasto, portò a Palermo la capitale e il piccolo erede, Ruggero II. Questi, nel 1129, morto il cugino Guglielmo, conquistò la Puglia; e nel 1130 s’incoronò a Palermo “rex Siciliae et Ducatus Apuliae et Principatus Capuae”, detto, per farla breve, re di Sicilia. Il suo regno, per quanto glorioso, non fu lungo, e morì nel 1154. Gli successe il figlio Guglielmo I il Malo (le sue complesse vicende interessando da vicino Catanzaro e Taverna), e nel 1166 a questi Guglielmo II il Buono, che non ebbe eredi.

Di tutta la linea legittima di Ruggero I, restava solo Costanza, figlia postuma di Ruggero II. Non era propriamente monaca, però viveva in ritiro, e fu una sorpresa per il mondo, e un dramma per lei, che la facessero sposare con Enrico, figlio ed erede del Barbarossa.
Credo che, nella lunga cronaca degli errori umani, pochi siano stati così smaccati e rovinosi. La politica dei Normanni era stata, fino a quel momento, di scarso interesse per le vicende europee di guelfi e ghibellini, e di proiezione verso il Mediterraneo.

La rivendicazione di Enrico, come marito di Costanza, incontrò la netta disapprovazione della Chiesa e dei feudatari normanni, i quali, morto Guglielmo II, elessero re Tancredi conte di Lecce, discendente illegittimo di Ruggero II. Seguirono guerre e torbidi, finché Enrico, con atti di ferocia, non s’impadronì del Regno.

Costanza, incinta, venne portata dalla Germania verso il Reame, affinché il figlio nascesse lì. Colta dalle doglie a Iesi, partorì con la presenza di un notaio, affinché nessuno potesse dubitare che il figlio fosse suo. Era il 26 dicembre 1194. Al bambino vennero imposti i nomi di Federico Ruggero, e noi lo conosciamo come Federico II.
La data è importante, perché i propagandisti guelfi degli anni futuri la useranno come un’altra prova dell’evidenza che Federico II era l’Anticristo in persona: nato a Natale, in modo miracoloso, da un vergine… e, ovviamente, il padre non era Enrico ma Satanasso.

Per questa ragione e in netta polemica, Dante colloca Costanza in Paradiso, cielo della Luna. Un inciso importante: da brava donna meridionale dell’immaginario collettivo di tutti i secoli, Costanza è muta; e per lei parla la colta fiorentina Piccarda.
Enrico e Costanza morirono entrambi nel 1198, affidando Federico a papa Innocenzo III, il teocrate. Questi voleva farne un ottimo re di Sicilia e sostegno militare della sua politica. Ma Federico commise l’altro errore esiziale, di voler essere imperatore, e, fin quando visse, patì e fece patire questa ambiguità tra la sua vera natura di re di Sicilia e ambizioni che i fatti dimostrarono ormai impossibili.

Scatenò guerre dovunque, e, sebbene sia riuscito a sconfiggere i Milanesi togliendo loro, vendetta di Legnano, il carroccio, venne battuto a Parma e a Bologna; ed esaurì le risorse del Regno.
I suoi meriti sono restano notevoli. Nel 1231 emanò le Constitutiones Augustales, dette Melfitane, opera di Pier delle Vigne (Inf. XIII), che affermavano l’autorità dello Stato sopra città e feudi, e che ressero il Regno fino all’invasione francese del 1806.

Creò la prima poesia italiana di alto stile in volgare, detta Scuola siciliana, prendendo il siciliano come base linguistica vicina al latino. Fu egli stesso poeta, e in prosa latina scrisse un trattato di falconeria.
Quanto alla Calabria, fondò Monteleone (Vibo Valentia), e i castelli di Nicastro, Martirano, Cosenza…

Come tutti i re normanni, fu molto tollerante con gli Arabi, di cui parlava la lingua; ma relegò alcuni ribelli a Lucera, e questi, fedeli all’aquila di Svevia, combatterono valorosamente contro Carlo d’Angiò per Manfredi. Protesse gli Ebrei, e accolse dei Valdesi, in cui discendenti vivono oggi a Guardia Piemontese.
Ideologie a parte, è stata una buona idea uno spettacolo teatrale di storia meridionale. Una volta tanto, il Sud senza piagnistei e senza mafia!
Di Gioacchino abbiamo parlato molte volte, e qualche altra volta torneremo sull’argomento.

Ulderico Nisticò

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