Maranza e sottoproletarizzazione del ceto medio


 Quanto sto per scrivere non esclude minimamente che sia urgente reprimere seriamente maranza e altri delinquenti di qualsiasi segno e genere ed etnia. Però quanto sta accadendo mi costringe a serie riflessioni su un fenomeno europeo, quindi anche italiano, che chiamo la sottoproletarizzazione del ceto medio.

Premessa: i sottoproletari (Lumpenproletariat di Marx) non sono una categoria sociale, ma, direbbe il De Sivo, “la mischianze del peggio di tutti gli ordini sociali”, o, in calabro dialetto, “ricchi impoveriti e poveri arricchiti”, e altra confusione mentale ed esistenziale.

Però è vero che i sottoproletari non calano dal pianeta Marte, bensì sono l’effetto avvelenato di una società liberalcapitalistica malata e senza cura e guida, e che causa arricchimenti di pochissimi e impoverimento delle masse.

Per capirci, negli anni 1960, una ragazza di modesta famiglia che a 18 anni diventava maestra, insegnava quel giorno stesso (si chiamava “abilitazione magistrale”); due o tre anni dopo sposava il giovane medico condotto, che si ammazzava di fatica, però comprava, assieme alla moglie, un buon appartamento a testa ai figli. Oggi, nel 2026, una tale coppia, ammesso ancora esista, faticherebbe a pagare il condominio e le utenze dell’unica casa che hanno per figli disoccupati. Applicate l’esempio a qualsiasi altra categoria del fu ceto medio.

I proletari lavoravano in fabbrica, facendovi anche una certa carriera fino alla pensione. Oggi non ci sono più le fabbriche, quindi nemmeno gli operai.

In Calabria, una famiglia di due bidelli metteva da parte uno stipendio; e ancora aveva un pezzetto di terra per risparmiare sui legumi e allevare il porcello.

Sed haec olim fuere, ovvero, di tutto ciò non rimane niente. Ne derivano emarginazioni crescenti di numero, e indistinte e di categoria e di ideologia. I ragazzi sanno, o almeno intuiscono, che il mitico pezzo di carta non darà loro un’occupazione, e tanto meno la “felicità” dei film amerikani.

C’è dunque qualcosa che non funziona nel profondo, nel mondo occidentale liberalcapitalistico, dove il ragazzino emarginato, e senza speranza, ha però in tasca un cellulare da mille euro se non oltre. E di miti ha solo il cellulare, bighellonando senza ideali e senza idee; anzi a scuola gli insegnano un minimo denominatore zero di qualsiasi pensiero e sogno ed emozione; anche di quella più bella e nobile e possente e sconvolgente: l’amore. Perciò l’emarginato odia un mondo che vede luccicare di soldi, però lo vede da lontano.

Soluzione? Escluso ogni utopistico socialismo per non dire comunismo, palesemente fallimentari, la soluzione è una sola fin dalla notte del tempi: il lavoro “sudore della fronte”, che produce, e che non produce solo beni materiali, ma la soddisfazione della sana fatica e di poter dire “io mangio del mio”, e poter dire liberamente sì e no al re e al proprio cane.

Ulderico Nisticò