Leonardi e Tulelli

ulderico Gentile Leonardi, inizio con il rassicurarla sulla sorte di migliaia di meridionali, come lei scrive, che non vennero ammazzati né a Fenestrelle né altrove. E meno male che lei si contenta di migliaia, perché da altri ho letto milioni! Tranquillo, molti soldati delle Due Sicilie, che si arresero, vennero detenuti in più luoghi, tra cui delle fortezze; e un numero non precisato, e certo non apocalittico, morì.

 Le do un consiglio: quasi tutti i libri, articoli, discorsi e comizi che legge o ascolta sull’argomento delle Due Sicilie e della sua caduta sono scritti e pronunziati da dilettanti che non saprebbero nemmeno precisarle in che anno ci fu il 1860, e si figuri se hanno mai sentito nominare Cavour, Napoleone III… Legga qualche buon libro, prima di farsi un’opinione.

 Con tutto questo, lei pone un serio problema che concerne non solo e non tanto il Tulelli, quanto tutta la borghesia e la nobiltà meridionali di fronte a quei turbinosi avvenimenti; cioè di come l’intera classe dirigente abbia più o meno entusiasticamente, più o meno sinceramente accettato l’annessione al Regno Sardo, e poi il Regno d’Italia. Vede, Leonardi, i fatti non iniziarono con lo sbarco di Garibaldi come fosse avvenuto per caso, ma, per restare nell’immediato, con la Guerra di Crimea, il Congresso di Parigi, la Guerra del 1859 o Seconda guerra d’indipendenza che dir si voglia, le annessioni di Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana; avvenimenti cui il Regno delle Due Sicilie rimase del tutto estraneo e passivo, segnando così la sua fine. La marcia rapidissima e non ostacolata di Garibaldi fu agli occhi dell’Europa, ma anche a quelli dei sudditi, la prova evidente che lo Stato crollava per incapacità di re, politici e generali; e non c’era speranza di mantenerlo in vita. Lei ricorderà la caduta della Germania Est e della stessa Unione Sovietica, la separazione di Slovacchia e Repubblica Ceca, per fare un paragone recente. Alla fine, uno Stato esiste finché “sta”, cioè si regge, ha forze armate e un governo autorevole. E quella del 1860 fu una crisi politica e militare senza rimedio.

 I tantissimi Tulelli e De Nobili e infiniti altri erano di quelli che nell’Ottocento si chiamavano uomini d’ordine, e dallo Stato si attendevano protezione e tranquillità. Erano anche dei liberali, ma lontanissimi da ogni velleità di democrazia, che ritenevano peggio di come oggi ci appare un black blok. Lo Stato borbonico non era in grado di difenderli; il re aveva abbandonato Napoli; ed essi, intellettuali privi e di capacità politica e del tutto alieni dalla vita militare, si affidarono allo Stato nuovo. Forse, se fosse tornato il Borbone, si sarebbero di nuovo affidati a lui.

Le dico, Leonardi, che non mancarono i nostalgici dei Borbone, anche se nessuno di loro riteneva possibile una restaurazione. Ma il grande latinista Diego Vitrioli di Reggio, il poeta Ferdinando Russo si espressero con chiarezza; e qualche eco di memoria si lascia leggere nel Verga, nel De Roberto, nel d’Annunzio, in Tomasi di Lampedusa.

 Anche qualche liberale e patriota mostrò tardivo pentimento, dal superperseguitato dai Borbone Domenico Mauro al nostro mastro Bruno.

 Il Tulelli forse immaginava chissà quali benefici dalla nuova era. In particolare s’illuse che qualcuno lo ascoltasse nella sua battaglia contro la pena di morte; invano, perché dovettero trascorrere tre decenni, prima del Codice Zanardelli che l’abolì.

 Come tutti, era stato un normale suddito borbonico più o meno fedele. Come tantissimi, si adeguò al nuovo regime. Del vecchio, tutti fecero finta di dimenticarsi.

 Fu un paradosso che il liberale Croce, per parlar male dei Borbone, finisse per riscoprirli: una delle sue tante contraddizioni.

 Una seria revisione storiografica iniziò con Carlo Alianello, Elias de Tejada; proseguì con Silvio Vitale, Angelo Manna, Gabriele Fergola, Pino Tosca, Giuseppe Selvaggi, Pietro Golia, U.N.; per poi degenerare in moda e in esasperazioni sensazionalistiche sorrette da affermazioni del tutto infondate: la terza potenza industriale del mondo; i primati; un milione di morti… Meridionalismo pensoso e fondato, oggi finito nel ridicolo.

 Perciò, caro Leonardi, coltivi pure la sua passione per la storia meridionalistica, però sappia distinguere tra notizie storiografiche attendibili e il gioco a chi la spara più grossa.

 Quanto alle stragi… ci fu una feroce guerra civile, chiamata brigantaggio; e, come sempre accade nella guerriglia, con episodi efferati e violenti. Non caschi, Leonardi, nel pietismo della famosa foto di una bambina afghana spacciata per meridionale del 1861: intanto è un falso; e anche quello che è vero, serve solo a ribadire una condizione di debolezza e vittimismo piagnone. Se la notizia può invece fungere di incoraggiamento, sappia che i nostri briganti uccisero più soldati piemontesi, poi italiani, delle tre guerre d’indipendenza assieme.

 Chissà come ci saremmo trovati, noi, nel 1860? Boh! Certo i tanti Tulelli che studiavano e insegnavano a Napoli non erano gente da brigantaggio e da innamorarsi di qualche bella e selvatica brigantessa. Temevano i briganti esattamente come avevano temuto Garibaldi.

 Ah, il Lombroso. Tranquillo anche in questo caso. Il positivismo era fatto così: cercava ingenuamente una soluzione scientifica e automatica a ogni problema, e, in mancanza di meglio, Lombroso misurava teschi di morti, o guardava le facce dei vivi. Concluse che i meridionali erano dei delinquenti potenziali per la forma del cranio; però, data un’occhiata, giunse alla stessa conclusione con il milanesissimo e virtuosissimo Alessandro Manzoni!

 Insomma, Leonardi, si rende conto di quante cose deve sapere uno per farsi una qualche idea di un evento storico? Non è cosa per giornalisti e pamphlettisti e ricercatori di aneddoti. E solo se si conosce bene tutta un’epoca ci si può formare un’opinione, e anch’essa vaga, sul comportamento di singole persone: Paolo Emilio Tulelli o Ezechia Cesare Lombroso che siano.

 E, da vecchio professore, la invito anche a stare attento alla semantica delle parole. Il Tulelli era ecclesiastico, non “clericale”, che vuol dire tutt’altra cosa!

Ulderico Nisticò

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