La D.C. è il poema dei Morti, e tutti i personaggi che vi compaiono lo sono, eccetto Dante. È morto nel 19 a.C. Virgilio; e sono morti da secoli i dotti del Limbo: Aristotele, Lucano, Orazio, Ovidio, Platone…
Sono morti tragicamente Paolo e Francesca; di crapula, Ciacco; da non molto, Farinata e Cavalcante; nel 1250, Federico II, e poco prima Pier delle Vigne; è morto Brunetto Latini; e così il papa Orsini; Ciampolo di Navarra; Ulisse e Diomede, da millenni; Guido di Montefeltro, da poco; da non molto, il conte Ugolino con gli sventurati discendenti, e l’arcivescovo Ruggeri; e Branca d’Oria, o Doria (morto, ma ne fa le veci un diavolo!)… e tanti altri che patiscono pene infernali, a noi noti solo perché Dante stava attento a ogni notizia, o piuttosto perché ce ne hanno parlato i commentatori contemporanei.
Attendono in Purgatorio, tra i recenti, il re Manfredi; Bonconte figlio di Guido; Jacopo del Cassero; Pia dei Tolomei; Sordello; Nino Visconti di Gallura; i re Pietro d’Aragona e Carlo d’Angiò e altri sovrani; Ugo Capeto; l’amico di bisbocce Forese Donati; i poeti Bonagiunta e Arnaldo Daniello… e tantissimi poco conosciuti.
Non è troppo popolato, il Paradiso, se non di Santi antichissimi o conclamati come Francesco e Domenico; e altri famosi come Giustiniano. Tra i prossimi nel tempo, Piccarda Donati e Costanza d’Altavilla; Carlo Martello d’Angiò; Cunizza da Romano; Tommaso d’Aquino e Bonaventura da Bagnoregio, non ancora santificati; Cacciaguida, e con lui tanti guerrieri sicuramente importanti, ma che ci volle manica larga per collocarli nella beatitudine dei Cieli: Carlo Magno, Orlando, Roberto Guiscardo…
Catone è sicuramente morto, e per di più suicida, oltre che pagano e dalla situazione familiare pochissimo chiara. Per ragioni davvero ardue da capire, è in qualche modo semivivo e custode del Purgatorio, e salirà in Paradiso.
Beatrice è scomparsa, se è quella che si pensa, nel 1290. Se fosse rimasta viva nel 1300, data immaginaria, e nel 1307, data ipotetica dell’inizio della Commedia, e nel 1321, data della morte di Dante, sarebbe stata una distinta gentildonna fiorentina poi nonna e bisnonna: era dunque necessario che morisse, per salire, splendidamente giovane, nel più alto dei Cieli, quindi essere sublimata. Laura del Petrarca invecchia, e si vede.
Non sono, ovviamente, morti gli angeli e i diavoli, e figure come Gerione, Minosse, Pluto… o la misteriosa Matelda del Paradiso Terrestre.
Vengono nominati, nel poema, molti che erano in vita nel 1300, e di cui si annunzia poeticamente la scomparsa: papa Nicolò II, conficcato a testa in giù, crede di star parlando con Bonifazio VIII in anticipo dannato, che invece morrà nel 1305; Guido Cavalcanti, prima amico del cuore e poi nemico di Dante, era vivo nella primavera del 1300, per morire nell’agosto: Dante insinua che raggiungerà padre e suocero all’Inferno.
Quanto ai successi militari e politici di Cangrande della Scala, tale profezia si aggiunge a varie altre irrealizzate dell’Alighieri, il quale era sì altissimo poeta, profeta no, anche quando affacciava progetti politici come il Veltro, che, se fu Arrigo VII, morirà nel 1313 senza aver nulla ottenuto.
Perché un poema dei Morti? Perché la morte rende eterni, e a volte un ricordo basta a liberare l’anima dalle contingenze della vita quotidiana e dalle sue contraddizioni: “Iddio si sa qual poi mia vita fusi”, è sufficiente a far comprendere il dolore dell’ambiguo destino di Piccarda. La prosa avrebbe bisogno di decine di pagine, le quali non convincerebbero nessuno e annoierebbero il lettore.
Dante morrà tra il 13 e il 14 settembre del 1321, per essere consacrato all’immortalità della poesia.
Ulderico Nisticò