Novembre arriva con le giornate che si accorciano e il ritorno all’ora solare sottrae altra luce ai pomeriggi. Per chi si appresta a compiere un itinerario attraverso luoghi diversi, il crepuscolo può diventare una presenza discreta che accompagna le ultime soste.
È il periodo della commemorazione dei defunti, quando si torna a far visita ai propri cari, seguendo un percorso tracciato dai legami familiari, ciascuno custode di una parte della propria storia. È un’esperienza sempre diversa.
Si percorrono viali conosciuti, si riconoscono le tombe, si compiono gesti abituali, si osservano nuovi nomi. Ma a rendere differente ogni ritorno è soprattutto il tempo trascorso, perché nel frattempo siamo cambiati anche noi.
Così, davanti a ciò che è rimasto immutato, non siamo mai del tutto gli stessi dell’anno precedente. Questa volta il percorso comprende una sosta che prima non c’era. Un nome che fino a poco tempo fa apparteneva alle conversazioni, agli incontri, ai momenti condivisi, adesso è inciso nel marmo.
È singolare come un’esistenza, fino a ieri parte della quotidianità, possa diventare improvvisamente memoria. Un luogo già legato alla storia di famiglia accoglie dunque un’altra iscrizione, mentre l’assenza comincia a farsi sentire.
E quella nuova sosta modifica il significato dell’intero itinerario. Da quel punto lo sguardo si apre su paesi e colline, raggiunge il mare e si perde nell’immensità del cielo. Una veduta che normalmente inviterebbe ad ammirare il paesaggio. Questa volta, però, tanta vastità rende ancora più evidente il vuoto lasciato da una sola persona.
Gli occhi raggiungono l’orizzonte, mentre il pensiero resta vicino a chi, fino a poco tempo prima, apparteneva a quello stesso mondo. Affiora così il desiderio di immaginare che tutto questo possa ancora essere osservato insieme, da prospettive diverse, oltre una separazione che la quotidianità rende definitiva. Un pensiero che non ha bisogno di essere condiviso a parole per appartenere anche ad altri sguardi, lungo quegli stessi viali.
Nel primo pomeriggio il cammino riprende verso un’altra tappa. La luce cambia inclinazione, le ombre si allungano lungo i viali. Mi soffermo davanti a una lapide sulla quale, qualche mese prima, era stato necessario intervenire per restituire leggibilità a un’iscrizione quasi cancellata dagli anni.
Le lettere sono nuovamente riconoscibili, i nomi hanno ritrovato evidenza. Il lavoro, rivelatosi assai meno complicato di quanto inizialmente prospettato, suscita una sottile soddisfazione, quasi un piccolo orgoglio. Non soltanto per il risultato, ma per la sensazione che un gesto compiuto nel presente possa ancora raggiungere, in qualche modo, chi appartiene ormai al passato.
Seguono le attenzioni consuete: sistemare i fiori, controllare i lumini, assicurarsi che ogni cosa sia al suo posto. Azioni semplici, la cui premura va oltre l’utilità materiale.
Quasi che un fiore sistemato, una fiammella riaccesa, un nome restituito alla sua leggibilità fossero modi di mantenere un legame, affidando a ciò che ancora si può fare la continuità di un rapporto che non può più esprimersi attraverso la presenza.
Proseguendo lungo i viali, si cede alla tentazione di soffermarsi sulle date incise sui marmi. Si leggono gli anni, si fanno mentalmente i conti. Talvolta sorprende quanto sia lontano un evento che la memoria conserva vicino; altre volte colpisce la brevità di un’esistenza racchiusa tra due numeri.
Siamo abituati a misurare tutto: distanze, anni, etc. Eppure, davanti a quelle iscrizioni, la precisione delle cifre rivela il proprio limite. Le date indicano l’inizio e la conclusione di una vita, ma non dove termini ciò che quella vita ha generato negli altri. Perché un rapporto non appartiene soltanto all’esistenza terrena.
Continua nei pensieri, nelle scelte, nei gesti ordinari, quando una parola ricordata o un’abitudine ereditata restituiscono una presenza ormai sottratta al mondo visibile. Il tempo di un’esistenza può essere misurato, ma non quello della sua influenza su chi resta. Intanto il pomeriggio volge al termine.
Le ultime luci si trattengono sulle lapidi, mentre il cielo perde lentamente il suo chiarore. I lumini, quasi inosservati durante il giorno, acquistano evidenza, costellando i viali di piccoli bagliori. Si riprende la strada verso casa, verso le occupazioni ordinarie, mentre il pensiero comincia già a rivolgersi ai prossimi impegni.
Eppure qualcosa di quelle soste accompagna il ritorno. La consapevolezza che essere e non essere non siano condizioni così distanti come siamo abituati a credere, e che tra la presenza e l’assenza esista un confine meno netto di quanto i nostri sensi ci inducano a pensare.
Fabio Guarna – Soverato News