Nomina non sunt consequentia rerum

 Ovvero, i nomi sono purissimi accidenti. E davvero di tutti i guai innumerevoli e problemi di ogni sorta che ha la Calabria, Catanzaro in testa, l’ultimissimo di tutti gli ultimi è la denominazione dell’aeroporto; ma che volete, intellettuali si nasce, e Nicola Fiorita lo nacque!

 Fatta questa premessa, io però non resisto alla tentazione di svagarmi sopra la questione non di questo, ma di tutti i nomi della lunga storia della Calabria.

 Cominciamo appunto da Calabria, che arriva da questa parte dello Ionio, lasciando l’altra e l’Adriatico, solo verso l’VIII secolo d.C.; mentre prima indicava l’attuale Puglia Meridionale. Fu un passaggio burocratico, che, man mano, ebbe successo, e si cominciò a parlare di Calabria, ponendo fine ai del resto recenti Bruttium, o anche Bruttius, e, molto più spesso, Bruttii. Tale è, infatti, la denominazione della Tertia Regio augustea: Lucania et Bruttiorum.

 Al tempo di Ottaviano, infatti, la denominazione di Italia, già usata da scrittori greci per indicare gli abitanti del V e IV secolo dello Ionio ellenico (Ἰταλία e Ἰταλιῶται, dall’antichissimo re Ἰταλός, Italus) era ormai estesa, anche ufficialmente, all’intera Penisola e fino alle Alpi; e solo i dotti umanisti e rinascimentali si ricorderanno della nascita dalla nostre parti del nome d’Italia.

 Tornando ancora indietro, troviamo indicazioni di popoli piuttosto che di territori: Ausoni, Enotri, Siculi, Itali… E anche i toponimi Ausonia ed Enotria e Italia; ma con determinazioni vaghe.

 Stabilitosi, riprendiamo, il nome di Calabria attorno al X, XI secolo, incontriamo Ruggero granconte di Calabria e Sicilia; e, con gli Angiò, il titolo di duca di Calabria per l’erede al trono.

 Filippo II, nella veste di re di Napoli, divise il Regno in province. Qui da noi, la Calabria Citra e la Calabria Ultra (Naethum). Tale situazione perdurò fino al 1816, quando Ferdinando I delle Due Sicilie istituì la Calabria Ultra Prima (attuale provincia di Reggio), la Calabria Ultra Seconda (attuali Catanzaro, Crotone, Vibo V., con rettifiche di confini a nord), e la Calabria Citra (Cosenza). Seguirono le recenti modifiche, tutte a spese di Catanzaro, e senza poter toccare un palmo di Cosenza. Come mai?

 Quanto ai nomi di luoghi e centri abitati, la cosa è ancora più complessa, e mutevole nei secoli; e qui diamo solo un cenno. Lamezia Terme si chiama così dal 1968; Vibo Valentia, in latino, dal 1928; Locri, dal 1934; il termine Sibari è stato recentemente ripescato, ma per la legge è solo una frazione di Cassano. Per non dire degli arbitrari Caulonia per Castelvetere e Petilia Policastro e Cleto e S. Nicola da Crissa…

 Mancano le denominazioni subregionali e subprovinciali, altrove memorie storiche tipo Lunigiana e Monferrato e Montefeltro…. Terra Giordana è sparita da secoli; Val di Crati non ha attecchito mai; Marchesato di Crotone è un preziosismo per storici reazionari; resistono le Serre e il Reventino; a fatica, la Piana, ma se detta, in dialetto, A Chiana; Aspromonte è un concetto troppo generico. A Corigliano – Rossano tocca il doppio nome per mancanza di un terzo convincente: vi assicuro che, se ci fosse, glielo avrei giù suggerito, e non c’è.

 La Calabria, come di tante altre cose, difetta dunque di nomi; ed è anche per questo che ogni tanto ne cerchiamo, con scarso esito, qualcuno nuovo.

  Catanzaro ha ben altri acciacchi che la mancanza di un cartellone con due nomi; in aggiunta a quelli buffi “Da qui Ulisse ripartì per Itaca”. Il centro storico sta diventando una frazione di Germaneto; una località, con Regione e Università, popolatissima di giorno, e dove dopo le 19 potete girare uno di quei film dell’orrore tipo desertificazione dopo una guerra apocalittica con zombi cannibali vaganti, anch’essi da soli. Università, del resto, senza alcuna vita universitaria: giusto un diplomificio. Centro storico che si desertifica; con rare occasioni sociali, e rigorosamente divise per settori, e se una cosa la fa X, Y si guarda bene dal partecipare.

 E anche il famoso Istmo, di cui da almeno mezzo secolo si parla… ecco, se ne parla, e plumas y palabras el viento las lleva. E ognuno fa per conto suo, e, generalmente, male.

Insomma, provincialismo; ed è molto provinciale anche ripetere il mantra del capoluogo; cosa che non capita a Genova, a Palermo, a Torino o a Bari, le quali non hanno certo bisogno di proclamarsi niente di meno che “capitale”, perché lo sono. Purtroppo, non è il caso di Catanzaro

 L’aeroporto di Reggio e quello di Vibo, oggi eliporto, sono intitolati a Tito Minniti, caduto in Etiopia, e a Luigi Razza, ministro fascista e aviatore. Catanzaro e Lamezia sono a corto anche di eroi dell’aria cui intitolare. Ligeia. Vi piace, Ligeia? A me no, perché le due Sirene anonime erano sì volanti, però prima di diventare tre e con nomi, caddero in mare e divennero creatura acquatiche: e la cosa porta male. Lasciamo le parole come stanno, e ci mettiamo a lavorare alle cose?

Ulderico Nisticò