Ricordiamoci che dobbiamo morire e in omaggio l’opuscolo “Carpe Diem”

 Caro Tito, non è poi così tanto strano che (dopo la lettera n. 318 sull’Amore – “Innamorati di tutto il mondo uniamoci” e nell’imminenza del 14 febbraio San Valentino) ti scriva questa “Lettera n. 319” su un tema apparentemente opposto … “la Morte” (“Ricordiamoci che dobbiamo morire!”). Infatti, il binomio “Amore e Morte” ci proviene dalle più lontane antichità poiché appartiene da sempre non soltanto agli esseri umani, ma a tutti gli esseri viventi. Tale binomio “Amore e Morte” appare (ed in effetti è) assolutamente inscindibile ed inevitabile, poiché attiene alle pulsioni e alle risoluzioni più forti della nostra esistenza. Vivono, si amano e muoiono persino le stelle, le galassie! O, se vogliamo essere più precisi, si trasformano …. Infatti una legge fisica afferma (già dal filosofo greco Eraclito, da 2500 anni fa in poi) che “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Per dirla in termini attuali, ogni essere vivente ha al suo interno una scadenza a tempo … una morte (o una trasformazione) ad orologeria, di cui non sappiamo il manifestarsi nel tempo, nello spazio e nelle modalità.

A parte le leggi della Natura e le riflessioni sulla Vita, la ineluttabilità dell’Amore-Vita e della Morte esiste anche nella consapevolezza umana e nell’etica sociale. Un esempio assai emblematico ci proviene dall’antica Roma imperiale. Infatti, attorno a duemila anni fa, c’era una importante e assai significativa usanza quando un condottiero rientrava in città da trionfatore, per le vittorie e le conquiste effettuate a favore dell’Impero. Egli sfilava solennemente tra le ovazioni della folla per le vie principali della “Caput mundi” per ricevere gli onori da parte del Senato e del Popolo Romano (SPQR). Per evitargli di montarsi la testa e di correre il rischio di essere sopraffatto dalla superbia e da manie di grandezza, gli veniva messo dietro, sul carro stesso del trionfo, una specie di “rammentatore” che gli recitava continuamente l’avvertimento-promemoria “Ricordati che sei un uomo. Ricordati che devi morire”. Allora, tra l’altro, era presente la tentazione di auto-divinizzarsi, di mostrarsi come un semi-dio o figlio degli Dei. Non dissimile, quasi, da oggi-giorno in cui qualcuno si considera troppo potente da sentirsi persino “immortale”.

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Grande successo e diffusione ha avuto poi, nel corso dei secoli, tale espressione “Memento mori – Ricordati che devi morire” (o che morirai). Sia tra i dotti che tra il popolo e, quindi, nei proverbi. Particolare sèguito ha trovato in àmbito religioso, specialmente presso le clausure e gli ordini penitenti, come ad esempio certosini e trappisti. L’iconografia del teschio è stata ricorrente nel medioevo, tanto che pure adesso è il simbolo della morte là dove il solo avvicinarsi diventa un forte azzardo e un grande rischio nell’espressione “Pericolo di morte” (come negli apparati elettrici o nucleari).

Tale “Memento mori” è stato usato soprattutto dalla Chiesa cattolica e pure per questo è assai presente nella nostra cultura, persino quotidiana, nel comune linguaggio, nelle iscrizioni cimiteriali e in tante altre situazioni. Come ad esempio, nella formula dell’imposizione rituale delle ceneri nel mercoledì (quest’anno cade il prossimo 17 febbraio) precedente la prima domenica di Quaresima, quando il sacerdote pronuncia il solenne ammonimento: “Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai” (che non è altro se non un passo biblico della Genesi 3,19 risalente alle più antiche tradizioni scritte ed orali ebraiche poi codificate, nella loro forma definitiva, attorno al 6° – 5° secolo avanti Cristo).

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Ovviamente, c’è tutta una letteratura ed una saggistica sulla morte e sul morire … dai grandi filosofi alle religioni, dalla pubblicistica manualistica più varia alla canzone-tormentone di 3 minuti che Luca Laurenti, showman televisivo di Mediaset, ha pubblicato il 14 novembre 2011 (https://www.youtube.com/watch?v=CFWlnYDc1yE). Degli aforismi in circolazione si potrebbe riempire addirittura un’Enciclopedia, come ad esempio, la raccomandazione popolare “Ricordati che devi morire, ma intanto non scordarti di vivere (possibilmente bene)!” oppure la celebre frase “Se vuoi sopportare la vita, prepara la morte”. E, come Istituto di Tanatologia, sulla preparazione alla morte posso dire pure la mia, per averne fatto addirittura un vero e proprio “Corso” dal 2 novembre 1996 al febbraio 1997 in Agnone del Molise, presso i locali di una Agenzia di pompe funebri, con la collaborazione, non solo dello stesso pubblico intervenuto, ma anche di un notaio (pure per i consigli su un buon e necessario testamento), di esponenti di alcune fedi religiose e di varie altre figure professionali, tra cui artisti e persino genitori di disabili.

1 – LA MIA VITA TRA AMORE E MORTE

Avevo dato avvìo all’Istituto di Tanatologia (con lo slogan “Studiare la morte per amare di più la Wita”) nell’aprile 1988 in Badolato Marina, assieme ai cofondatori dr. Gianni Pitingolo di Soverato, prof. Vincenzo Squillacioti e lo scultore Gianni Verdiglione (entrambi amici badolatesi), dopo aver promosso precedentemente in Agnone del Molise, nell’estate 1984, con atto notarile, l’EWA (Erotology World Association) per lo studio dell’Eros-Amore come forza primordiale, irrinunciabile e indispensabile. Mi sono così attenuto al classico binomio di Amore (1984) e di Morte (1988) la cui conoscenza andrebbe fatta di pari passo, dal momento che entrambi hanno percorsi intrecciati ed interdipendenti. E, più si apprezza l’uno, meglio si affronta l’altra (e viceversa) anche nelle sue manifestazioni transitorie (pure con le molteplici elaborazioni di piccoli e grandi lutti o le perdite di qualsiasi genere) prima dell’inevitabile evento finale che ci può cogliere in ogni momento della nostra esistenza. E così si potrebbe dire che la vita è il tempo che intercorre tra il primo vagìto e l’ultimo respiro. Siamo tutti destinati a divenire un mucchietto di ossa, come in questa foto che mostra i resti di una signora morta nel 1939 per come esumati nel febbraio 2015. Nota che sono rimaste quasi intatte le scarpe dopo ben 76 anni di inumazione.

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Per chi, come me, appartiene alla più vera cultura contadina che segue molto umilmente in tutto e per tutto le leggi della Natura, la vita e la morte sono facce di una medesima medaglia e non spaventano affatto, poiché il vivere ed il morire sono entrambi fenomeni del tutto naturali, senza complicazioni ideologiche di alcuna tendenza o pregiudizio. Mi reputo fortunato, quasi un privilegiato, di questa genuina appartenenza contadina che mi ha salvaguardato dalle molteplici angosce esistenziali e solipsistiche che ho poi sfiorato (per fortuna senza troppo danno, salvandomi comunque) nella società (specialmente in chiesa e a scuola), in particolare negli studi universitari di filosofia.

Conosci già il mio immenso amore per la vita, parola che fin dall’estate 1967 scrivo Wita, in modo rafforzato. Nel 1980, a trenta anni, nel fiore della giovinezza e del futuro, non ho avuta alcuna difficoltà a redigere il mio primo testamento. Avendo fin da bambino la netta consapevolezza che l’esistenza possa terminare da un momento all’altro, ho sempre vissuto appieno e con grande gusto ogni giorno (“Carpe diem”), ogni attimo che mi è stato concesso finora, cercando di utilizzare al massimo possibile il mio tempo per non sprecare proprio niente, ma anzi per cercare di valorizzare tutto al massimo possibile. Devo questa mia serena visione della Wita (fatta appunto di Amore e di Morte) principalmente al più autentico mondo contadino e alle amorose generazioni della mia famiglia, specialmente ai miei Genitori ma anche e soprattutto ai più anziani della mia parentela (nonni, zii e prozii, cugini, ecc.) e a tante persone che ho avuto modo di conoscere ed amare. Ho spesso scritto e detto della Morte, considerandola “soglia serena” di passaggio in un’altra sconosciuta e forse migliore dimensione.

2 – IN OMAGGIO L’OPUSCOLO “CARPE DIEM”

Caro Tito, proprio perché amo la Wita ma sono pienamente consapevole della ineluttabilità della Morte (che, tra l’altro, ribadisco, può giungere improvvisa e persino assai prematura) ho sempre cercato di non perdere occasione per esprimere i miei buoni sentimenti, la mia riconoscenza e la mia gratitudine pure con pubblicazioni a stampa come, ad esempio, i più volte citati sette volumi del “Libro-Monumento per i miei Genitori” (https://www.costajonicaweb.it/lettere-a-tito-n-141-la-mia-eredita-sociale-e-in-omaggio-i-sette-volumi-del-libro-monumento/). E, poiché non avrei certo voluto morire senza avere reso omaggio pure alle donne che mi hanno reso migliore (in particolare alle quattro più luminose della mia esistenza) ho recentemente (21 dicembre 2020) provveduto a dare alle stampe un umilissimo ma sentito opuscolo di 60 pagine intitolato proprio “CARPE DIEM” per sottolineare la fugacità del tempo e la conseguente necessità di “wiwere” il più intensamente, eticamente ed armoniosamente possibile.

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Come sottotitolo ho evidenziato i tre punti-guida dell’opuscolo: 1- I censimenti delle emozioni, 2 – I paradigmi dei buoni sentimenti, 3 – Gli itinerari esistenziali. Le quattro donne più luminose della mia Wita sono la mia cugina acquisita Rosa Schiavone Lanciano (conosciuta nel 1960 e ritenuta da noi parenti come “il faro di Milano”), la stimatissima signora Angelina Paparo Fiorenza (1962), l’artista e poetessa Raffaelina Novello (1968) e la segreta Eterna (1969) simbolo pure del più antico ed immortale ”eterno femminino”. Ho donato la piena proprietà ed i diritti d’autore di tale opuscolo a Raffaelina Novello, badolatese residente a Perugia da quasi 50 anni. Mentre, adesso, pure per onorare queste quattro speciali protagoniste e tutte le altre stupende donne che hanno illuminato (in vari tempi e modi) la mia Wita, intendo condividere tale opuscolo con te e con tutti i nostri lettori. Tra l’altro, queste 60 pagine sono un significativo documento umano e sociale risalente ai meravigliosi anni 60, anche con foto emblematiche di quell’epoca che scopriamo sempre più rilevante, specialmente rispetto all’attuale.

3 – CARPE DIEM – COGLI L’ATTIMO

“Carpe diem” è una esortazione che il poeta latino Quinto Orazio Flacco (comunemente noto solo come Orazio) fa alla sua amata Leuconoe nell’opera letteraria “Carmina” (libro n. 1 – ode n. 11) da lui pubblicata nell’anno 30 avanti Cristo. La traduzione di questo celebre invito esistenziale è varia, ma univoca nel significato: è necessario attenersi alla concretezza del momento, senza pensare troppo né al passato né al futuro. Perciò “afferra il giorno” – “impreziosisci il momento, la quotidianità” – “cogli l’attimo” – “vivi alla giornata” – “valorizza ogni circostanza” e così via. Personalmente, prima ancora di conoscere il suggerimento di Orazio (incontrato negli anni della scuola media di Catanzaro Lido, nella prima parte della mia adolescenza) avevo imparato a vivere le ore, le giornate persino i momenti come se fossero gli ultimi della mia vita. Ritenevo e ritengo ancora adesso che soltanto così si apprezza più adeguatamente quella che poi ho scritto “Wita” per evidenziarne il massimo valore, con sacralità, devozione e venerazione!

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Ciò non toglie che ci voglia pure un po’ di lungimiranza, così come tenere in gran conto anche il passato. L’equilibrio del tempo e delle emozioni fa parte della saggezza di ogni essere umano. Ed è proprio quel che cerco di esprimere nell’allegato opuscolo “CARPE DIEM”. Un albero, per avere un forte e saldo presente, deve possedere solite radici che provengono dal suo passato ed un tronco possente mentre rivolge al futuro del cielo e del tempo i suoi rami generosi. La Natura ci insegna come vivere al meglio, ma anche come soffrire e morire il più serenamente possibile. “Comu vena na pigghyamu” (Come viene ce la prendiamo … la vita, la sofferenza, la morte) erano soliti dire i miei paesani, specialmente le persone anziane (quasi sempre divinamente serene e luminose).

4 – SARA’ COME TORNARE A CASA

Caro Tito, la penso pure io così, ma non certo fatalisticamente! E per dimostrarti come e quanto consideri la morte una “soglia serena” e traguardo del tutto naturale (anche se non indolore), non soltanto ho fatto il mio primo testamento all’età di trenta anni, ma giunto attorno ai 40 ho persino lasciato detto e scritto che la mia dipartita sia caratterizzata dal massimo silenzio possibile, senza manifesti e funerali, e che la mia salma sia considerata un semplice “rifiuto ordinario” (o speciale” secondo le classificazioni igieniche-legislative) e venga cremata. E le ceneri disperse (possibilmente) in mare. Ho lasciato detto e scritto che non mi si deve indossare un vestito nuovo (come si è soliti fare) ma vorrei essere nudo come sono nato e unicamente avvolto da un semplice lenzuolo, possibilmente dalla tela tessuta al telaio dalla mia nonna materna Vittoria Carnuccio (07 novembre 1880 – 06 marzo 1949) morta esattamente un anno prima che io nascessi (una staffetta esistenziale!).

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Alle ore 07.29 (orario solare – 08.29 orario legale appena immesso) di lunedì 26 marzo 2007 (nel mio ufficio ASL) ho così scritto riguardo la morte: “Quando verrà il momento / sarà come scendere / dal treno / alla stazione di Badolato. / Il viaggio / sarà così finito / come un qualsiasi altro tragitto / mille altre volte fatto! / Sarà come tornare a casa.” Con questo stesso titolo “Sarà come tornare a casa” è in lavorazione alla tipografia di Antonio Litterio in Agnone del Molise un opuscolo di esperienze e riflessioni sulla morte e sul morire, pure come testamento spirituale! Pandemia Covid-19 ed orologeria tanatologica permettendo, spero di portare a termine pure questo lavoro dedicato ad Eterna, cui ho già ceduto la proprietà e i diritti d’autore. Da quel 26 marzo 2007 vedo appeso alla parete del mio studio-mansarda il quadretto blu con questa poesia-promemoria.

5 – PEDAGOGIA TANATOLOGICA

Caro Tito, gli antichi saggi erano soliti sollecitare i giovani a vivere essendo lungimiranti e preveggenti, pure tenendo presenti le malattie e la morte. In pratica, attuare il paradosso di vivere da ragazzi con la saggezza degli anziani e vivere da anziani con la freschezza dei ragazzi, pur godendo meglio e appieno (proprio per questo) la magnifica giovinezza e, più in generale, l’irrepetibile dono della Wita. Ho cercato di realizzare tale “paradosso” proponendo (inutilmente finora) a varie scuole di provare a mettere in pratica tale saggezza. Per capire l’importanza strategica della propria salute e della vita più in generale, bisognerebbe, infatti, far vivere agli alunni situazioni di difficoltà proprio per apprezzare il normale andamento dell’essere in salute. Ad esempio se vuoi apprezzare appieno ciò che mangi o che rifiuti di mangiare o che sprechi, bisognerebbe conoscere la vera fame ed il lungo digiuno.

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Se vogliamo capire fino in fondo quanto è bello stare bene, bisognerebbe trascorrere un periodo (settimana o mese) da disabile (simulando una gamba rotta o una degenza ospedaliera o altro che impedisca il normale svolgimento della giornata, restando dipendenti in tutto e per tutto da altri). Non soltanto capiremmo quanto sia gioioso ed utile stare in salute ma che bisogna essere umili e solidali, poiché in stato di malattia abbiamo necessariamente bisogno di altri. Così capiremmo ed ameremmo di più e meglio anche le persone che (per fatalità o infortunio) sono costrette a stare permanentemente in menomazione psico-fisica (pensiamo, ad esempio, alle barriere architettoniche e a tanti altri diritti negati). L’umanesimo vero e la pedagogia più efficace (familiare, scolastica, parrocchiale, sportiva, ecc.) passano da queste considerazioni e dall’esercitarsi in tali paradossi esistenziali. Inoltre, l’interdipendenza solidale è un valore indispensabile per la sopravvivenza individuale e sociale. Come il “Welfare di comunità” (o addirittura di rione o di condominio), sulla cui necessità indispensabile ha scritto recentemente il sociologo Franco Caccia di Squillace (CZ) alla pagina 23 dell’inserto domenicale del sito “www.Calabria.Live” lo scorso 31 gennaio 2021.

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Nel concreto, la vita è più seria di quanto la cultura ufficiale, tipicamente mercantile e seducente (tutta pizzi, merletti, frega-frega e “mulino bianco”) non lasci intendere. Abbiamo urgenza di una pedagogia-verità, che dica le cose come stanno e che prepari ad affrontare la realtà non soltanto generale dello stare al mondo, ma anche la realtà locale, quella in cui ci troviamo a vivere (volenti o nolenti). Ad esempio, bisognerebbe superare il populismo istituzionale e persino costituzionale secondo cui LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI (ma soltanto formalmente e nella enunciazione di principio, ma poi nella realtà sappiamo come vanno le cose). Non è assolutamente vero. Lo constatiamo giorno per giorno. Non soltanto verifichiamo, spesso pure sulla nostra pelle, che non è uguale la legge dei tribunali, quella della cosiddetta Giustizia, ma anche le altre leggi dello Stato, al cui assalto continuo sono impegnati i cosiddetti poteri forti ed anche coloro che non fanno il proprio dovere. I ladri, insomma. E’ necessaria una pedagogia tanatologica, della morte quotidiana (specialmente spirituale come l’ampia depressione sociale) difronte allo sfacelo pubblico e privato. E dinanzi al futuro sempre più incerto.

6 – LE AUSCHWITZ OCCULTE O SILENZIOSE

Che le leggi non siano uguali per tutti, basterebbe dare un’occhiata non soltanto alla cosiddetta “Giustizia” ma anche e soprattutto al sistema sanitario regionale o nazionale che sia. E in questo primo anno di pandemia Covid-19 ne abbiamo continuamente esempi molteplici, dolorosissimi e persino raccapriccianti … fino al punto che ci sono state molte persone che non dovevano morire, ma che sono morte perché non sono state adeguatamente difese nella loro debolezza o solitudine sociale. Per non dire che si è arrivati addirittura all’aberrazione o alla necessità di scegliere chi dovesse morire, chi guarire e chi salvare proprio come in guerra!… Caro Tito, mi sono convinto che esistano in Italia, in Europa e nel mondo tante “Auschwitz occulte o silenziose” individuali e di massa. E che non sia mai cessata la pulsione al massacro o all’olocausto continuo, progettato e attuato da ben determinati poteri forti e/o da Potenze soprattutto con mezzi e metodi silenziosi ed occulti. E tra l’altro, nel mondo, le guerre non sono ancora un triste ricordo o un’archeologia.

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Nel mondo occidentale, pur in un apparente lungo periodo di pace (1945-2021) come assenza di guerre tradizionali, per ciascuno di noi è sempre più in aumento il rischio di morire per cause non naturali ma prettamente di ingiustizia sociale, come ad esempio gli inquinamenti d’ogni tipo e categoria. E bisogna metterlo in conto, nel “pianificare” la nostra esistenza (come affrontare un estenuante corso di studi, un qualsiasi lavoro, un matrimonio con figli, una impresa economica, persino dove localizzare la nostra casa, ecc.). Dobbiamo tenere presente che esiste una forte e marcata disparità in vita come in morte in questo tipo di società dell’arrembaggio, della competizione immorale, dell’antagonismo, delle sopraffazioni e dei latrocini legalizzati … mentre noi (bene o male) eravamo abituati ad una società popolare, della collaborazione, della cooperazione, del “comparaggio” solidale. Siamo stati sbattuti quasi improvvisamente in un sistema sociale del “mors tua vita mea” (morte tua, vita mia) che non ci appartiene storicamente, umanamente e culturalmente. All’umanesimo italico e mediterraneo è subentrata un’ossessione esterofila all’accaparramento, all’arricchimento, all’arrivismo e allo strapotere a tutti i costi. Un massacro reciproco. Una riedizione di un’infinita Auschwitz sotto altre forme (come, ad esempio, l’ecatombe ecologica che si protrarrà chissà per quanto tempo ancora). In una prossima lettera vorrei affrontare pure la necessità dell’eco-linguaggio, dal momento che gli insulti, le violenze verbali e le prevaricazioni comportamentali (che producono una morte interiore, specialmente nelle persone più sensibili) sono aumentati al di là di ogni ragionevole immaginazione, provocando una dannosa emarginazione sociale. E persino suicidi o stragi.

7 – DISEGUAGLIANZE IN VITA E IN MORTE

Caro Tito, avrai sicuramente seguìto i commenti ai numeri dell’Istat sulle diseguaglianze di mortalità e di speranze di vita esistenti tra i cittadini che vivono nelle varie regioni italiane (https://www.istat.it/it/archivio/speranza+di+vita?page=1). Non tutto è dovuto ai diversi luoghi o alle differenti abitudini esistenziali, ma, in gran parte, i motivi di buona o di cattiva vita o di prematura morte sono dovuti alle disparità sociali che dovremmo considerare “dolose” per lo più o come diretta conseguenza di ingiustizie storiche e sociali. La nostra Calabria, ad esempio, risulta essere (come in tanti altri parametri) fanalino di coda pure nella qualità della salute. Tutto ciò si traduce in una minore aspettativa di vita rispetto a chi abita, ad esempio, in Trentino Alto Adige. E non è cosa da poco se, ad esempio, il divario tra Bolzano e Catanzaro è addirittura di ben 20 anni di vita sana (70 a 50). E in Calabria si muore generalmente e mediamente 4 anni prima che altrove. La malapolitica e l’arretratezza si pagano con la vita, è proprio il caso di dire. E poi ci sono tante altre diseguaglianze, ma questa del forte divario di salute e di mortalità, caro Tito, è la più impressionante ed è quella che ci tocca tutti da più vicino.

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Le diseguaglianze in vita e in morte sono un tema che la vera politica (non i politicanti), i protagonisti sanitari, la cultura più in generale e gli stessi cittadini calabresi dovrebbero affrontare e discutere molto bene e adeguatamente, pure perché tratta di molti anni in meno (in media) per ognuno di noi rispetto agli altri italiani. E non è cosa da poco o che si possa ignorare o da passare sotto silenzio. Le disparità esistenziali sembrano essere ancora una fatalità da noi, mentre invece sono, in gran parte, prodotto sociale e soprattutto politico da troppe generazioni governative. Il disprezzo della vita del popolo e, in particolare, dei poveri è sempre esistito. In guerra come nelle malattie, ad esempio, è sempre il popolo che paga il prezzo più alto. Ma è il momento di alzare la testa!

8 – E’ COLPO DI STATO LA MORTE DEL GOVERNO CONTE???

Storicamente le classi dirigenti (vogliamo definirle più propriamente “padronali”?) non si sono mai curate adeguatamente del benessere dei loro popoli, specialmente quando hanno anteposto i propri interessi a quelli sacrosanti (persino costituzionali) dei loro sudditi (perché è di questo che si tratta, in fondo in fondo e sostanzialmente, sotto ogni regìme e persino in democrazia … siamo “sudditi”). Un esempio clamoroso è vissuto in diretta da noi in queste settimane per la improvvida uccisione del governo Conte, impegnato ad affrontare uno dei periodi più difficili della nostra storia unitaria. Invece di collaborare tutti per cercare di risolvere i problemi derivati, anche e soprattutto, dalla tragica pandemia Covid-19, i partiti, i poteri forti e la classe politica in genere hanno pensato di risolvere i loro rapporti di potere e di bramosia per accaparrarsi i prossimi fondi europei (ben 209 – 222 miliardi di euro del “Recovery Plan”). Forse non è così, ma è questa la nitida impressione o sensazione che molti di noi cittadini abbiamo con tale crisi di governo ed il conseguente auto-commissariamento della politica e dei politici, specialmente con la chiamata di un tecnico, seppure prestigioso come Draghi, a formare un nuovo esecutivo interessato più a gestire gli imminenti fondi europei piuttosto che la vita e la morte degli italiani.

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Forse questa volta l’Istat non conterà i morti che si stanno avendo a sèguito di questo prolungato fermo decisionale o quanto costerà agli italiani il tanto tempo prezioso perso in questa ennesima interruzione nel nostro già troppo instabile Paese. A chi giova tutto questo?… Non certamente al popolo italiano ma più probabilmente alle cosiddette “èlites” o “migliori” (aristocratici) o alla onnipresente “casta”. E mi sia lecito dirlo … la crisi ancora in atto dà più l’impressione di essere un vero e proprio “colpo di Stato” (raffinato ed arguto quanto vuoi, quasi una congiura anche internazionale) piuttosto che una resa di conti (forse pure personale) tra leaders e partiti, tra disparati interessi e Potenze che soffiano sul sempre acceso fuoco italiano. Nella immagine qui accanto, evidenziando Bruto che pugnala Cesare in Senato, voglio sottolineare che non sempre in politica paga uccidere i governi, specialmente quelli di cui si fa parte in un momento troppo delicato per la vita di una Nazione. Ma capisco che le poste in gioco sono enormi e che i cospiratori non mancano mai. Così come i palesi sicari e gli occulti mandanti. Ma a farne le spese sono gli italiani di oggi e, in particolare, le generazioni di domani su cui graverà un debito al limite del fallimento ed una nazione depredata, da ricostruire.

9 – LE TROPPE MORTI SOTTO QUALSIASI GOVERNO

Nei miei ormai 71 anni di vita ho visto decine e decine di governi succedersi, con programmi, intenzioni e colori diversi. Sotto tutti i governi, i morti e i feriti sul lavoro non sono però mai diminuiti veramente. Sotto tutti i governi, gli incidenti stradali con migliaia di morti e feriti non sono diminuiti affatto (colpa spesso anche di strade dissestate, dell’incuria e della corruzione di chi ci amministra come per la nostra statale jonica 106). Emblematico poi il crollo del Ponte Morandi a Genova, monumento al disinteresse colpevole delle classi dirigenti private e governative italiane (14 agosto 2018 con 43 morti, 11 feriti, 566 sfollati e molti beni materiali distrutti). Emblematico pure l’incidente ferroviario di Viareggio (29 giugno 2009 con 32 morti, 26 feriti, distruzioni ingenti). Sotto tutti i governi quasi nessuno ha pagato per queste come per altre stragi. Sotto tutti i governi, l’emigrazione non si è ridotta affatto, anzi è peggiorata in quantità e qualità (adesso emigrano pure i laureati, dopo che lo Stato ha speso tanti soldi per prepararli, regalandoli ad altre Nazioni). Sotto tutti i governi, le mafie sono cresciute diventando addirittura protagoniste della vita socio-economica ed anche politica, condizionando tutto e tutti ed espandendosi persino all’estero!… L’elenco sarebbe troppo lungo, ma tu, caro Tito, sai bene di cosa parlo!…

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A parere mio, un qualsiasi governo dovrebbe essere valutato per quanti morti evita e riduce in tutti i settori esistenziali e sociali, per quante persone, famiglie e comunità migliorano la loro vita. Ma, ad esempio, il nostro sud Italia dal 1861 ad oggi è peggiorato inequivocabilmente sotto tutti i governi, nonostante ingenti soldi formalmente ad esso destinati che magari non sono mai giunti a buon fine ma hanno ingrassato ben determinati poteri forti (specialmente con le famigerate “cattedrali nel deserto”). Medesimo esito, molto probabilmente, avrà il prossimo governo Draghi (se andrà in porto). La politica ed i governi si misurano per come e per quanto riescano a realizzare la giustizia costituzionale e sociale, espressa in tutte le forme possibili ed immaginabili. Tra tanto altro, il popolo e l’etica hanno bisogno di sapere chi è il “responsabile” di un progetto, di una costruzione, di un’azione e, se sbaglia, deve pagare poiché altrimenti si continuerà ad aggiungere disastri a disastri, stragi a stragi, senza colpevoli facendo ricadere così tale malgoverno alle classi politiche ed egemoni che dimostrano di non avere dignità umana ed orgoglio storico di sé stessi.

10 – E’ IDEOLOGIA CIO’ CHE NON E’ NATURA

Caro Tito, da eterno alunno, una cosa ritengo di avere imparato finora di veramente illuminante nello stare al mondo … che è ideologia tutto ciò che non è Natura. E, purtroppo, le ideologie sono alla base di gran parte dei guai dell’Umanità e del Pianeta. In particolare, le ideologie, con le loro insane passioni, hanno procurato e continuano a procurare un’enorme quantità di catastrofi e di genocidi nel corso della storia umana. Già la Natura fa il suo normale corso con la morte. Ma le ideologie hanno moltiplicato all’inverosimile le occasioni di morte e di sterminio, specialmente con le guerre economiche o religiose, con le uccisioni di massa, i massacri di vario genere ed entità ovunque nel mondo. Le stesse guerre e le molteplici diseguaglianze sono figlie delle ideologie, non certo della natura dell’uomo. Fondamentalmente l’uomo ama la pace, la tranquillità ed il benessere, ma le ideologie lo trasformano in mostro ed assassino, utilizzando ed esasperando quanto di negativo cova in lui.

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Come conseguenza mi vado sempre più convincendo che non sono tanto gli uomini in sé e per sé che fanno gli errori e gli orrori ma i sistemi ideologici di riferimento cui le persone si affidano forsennatamente invece di vivere secondo Natura. Pure per questo è urgente che le persone si formino a valori che difendano e valorizzino (sempre, ovunque e comunque) la vita umana, le risorse ed il pianeta. Forse dovremo inventarci un altro tipo di pedagogia sociale non soltanto per un maggiore rafforzamento popolare da controbilanciare ai poteri forti, ma per fare amare la felicità e l’Armonia di tutti, indistintamente tutti. Utopia o no che sia, questo è il traguardo! Sempre più necessario ed urgente.

11 – ADESIONI

Caro Tito, vorrei esprimere la mia adesione ideale ad eventi che avranno luogo nei prossimi giorni, come, ad esempio, la Maratona musicale per chiedere la libertà di Patrick George Zaki, lo studente egiziano di 29 anni dell’Università d Bologna che è in carcere da un anno al Cairo senza un processo. Una dodici ore di musica, con 140 artisti, organizzata per lunedì 8 febbraio sui social-media da Amnesty International, dal Meeting delle Etichette Indipendenti e Voci per la Libertà. E, a proposito di Egitto, è proprio il caso di ricordare che le torture e l’uccisione di Giulio Regeni (25 gennaio 2016) non hanno ancora una verità processuale. Né hanno adeguata verità le tragiche vicende dei massacri di italiani, militari e civili, nelle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata (entrambi consumati, grosso modo, tra 1943 e il 1954) il cui ricordo sarà ribadito a livello nazionale ed istituzionale mercoledì 10 febbraio.

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Commossa è la mia partecipazione in sostegno affettuoso per il popolo birmano del Myanmar il quale soffre molto per il recente colpo di stato militare (primo febbraio) che ha deposto il legittimo governo democratico della signora Aung San Suu Kyi (già Premio Nobel per la Pace nel 1991). Ovviamente la mia più affettuosa vicinanza e il più cordiale incoraggiamento per tutti coloro che, in Italia e nel mondo, stanno lottando (malati e sistemi sanitari) per sconfiggere il Covid-19 e per altre tipologie di malattie. Ovunque c’è la naturale ed innaturale sofferenza, c’è anche il mio più amoroso pensiero. Prego sempre che possa cessare o almeno ridursi il grande dolore del mondo.

12 – SALUTISSIMI

Caro Tito, nel concludere questa lettera, voglio evidenziare il suggestivo fenomeno climatico della “lupa di mare” (lupareya, nel nostro dialetto) a Badolato borgo con la bellissima foto di Elisa Laurora scattata ieri mattina quando buona parte della costa jonica catanzarese è stata interessata da queste nubi che salivano dal mare verso le valli e la montagna (come pure a Catanzaro città per ben due giorni, vedi https://www.youtube.com/watch?v=X9JLvIpOZRY).

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Devo tale informazioni e numerose foto alla gentilezza di mia nipote Brunella Lanciano di Gagliano (CZ) e dell’amico badolatese Guerino Nisticò. Tale tipologia di nebbia si verifica quasi tutti gli anni pure qui in Agnone del Molise (che domina la valle del Verrino) e la cittadina medievale sembra navigare su un mare di candide nuvole. E’ davvero uno spettacolo assai bello!!!

Nel volgere la penna e lo sguardo alla prossima “Lettera n. 320” ti ringrazio come sempre e ti saluto con tanta cordialità e stima. Buona settimana.

Domenico Lanciano (www.costajonicaweb.it)

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1-domenico-lanciano-opuscolo-carpe-diem-copertina-21-dicembre-2020
2-domenico-lanciano-opuscolo-carpe-diem-pagine-interne da-1-a-60-21-dicembre-2020