Un San Francesco d’Assisi per tutti


Il vero volto di Francesco?

Di Benigni, ho sentito solo l’anteprima, e mi basta e avanza. Avrei moltissimo da eccepire, se non fosse che di Francesco d’Assisi si può dire tutto, e fin da quando era in vita tutto è stato detto e si dice, quindi non sarebbe corretto eccepire solo a un attore improvvisatosi storiografo medievista e teologo.

Intanto, occorre un quadro storico. Siamo nel XII secolo, quando ormai da tempo l’Italia e l’Europa assistevano a un profondo mutamento sociologico: da un mondo di cavalieri e contadini, si passava a uno di città artigianali, industriali, commerciali, e perciò a una situazione sociale molto variegata, con inevitabili discrasie e conflitti di condizioni economiche e di identità; e, come in ogni epoca di vorticoso divenire, mancava una visione della vita. Come manca al nostro tempo.

Erano ancora tutti cristiani, nel XII secolo; però la semplice Fede della pieve agricola (“plebem”) e del rustico castello, non era più sufficiente a spiegare e guidare le nuove dinamiche; e nemmeno giovava la troppo astratta e filosofica teologia dei Benedettini nei loro montani conventi solitari.

Occorreva una religiosità capace di spiegare il presente, e impartire nuove norme etiche alla vita cittadinesca fatta di produzione, scambi, monete, e contrasti politici e di ceti. La Divina Provvidenza, canta Dante nell’XI e XII del Paradiso, suscitò negli stessi anni due guide spirituali e culturali: Domenico di Guzman (1170-1221), e Francesco d’Assisi (1181-1226), di cui oggi ricorre il centenario.

La vita spirituale di Giovanni, detto Francesco, è uno specchio della mutevole psicologia del Medioevo. Era figlio di un mercante di Assisi, molto ricco, ma ricco per il lavoro. Se il figlio avesse seguito le orme del padre… forse sarebbe oggi il Santo Patrono dei rivenditori di panni.

La sua spiritualità e cultura lo spinse a liberarsi da ogni peso, a cominciare proprio dalla ricchezza, e dedicarsi alla grandiosa opera di fondare un Ordine vicino alle esigenze del popolo e delle città. Perciò Dante inizia il canto XI con l’inno alla libertà: “da tutte queste cose [terrene] sciolto, con Beatrice m’era suso in Cielo cotanto gloriosamente accolto”. La povertà gli consente di essere libero, e di dettare regole e norme ai ricchi e potenti.

Ben lungi da follie ereticali e anarcoidi (una tentazione sempre ricorrente nella storia cristiana, anche oggi!), si reca a Roma da papa Innocenzo III. Lotario dei conti di Segni era senza dubbio l’uomo più superbo del suo tempo, affermando la teocrazia, superiorità della Chiesa, quindi sua, sui sovrani. Ebbene, Francesco si presentò da lui “regalmente”, come un re, come chi viene non a chiedere ma ad offrire; e l’intelligenza di Innocenzo capì e approvò.

Il movimento francescano si diffuse subito dovunque; e basti ricordare sant’Antonio di Padova, che era portoghese; e il celebre Iacopone da Todi. Capillare è poi la presenza francescana in Calabria, e ricordo, tra gli altri, padre Lattanzio Arturo da Cropani che predicò per la battaglia di Lepanto; padre Giovanni Fiore da Cropani insigne storico; e, tra i più recenti, padre Remigio Lepera: a questi ho dedicato le mie umili fatiche letterarie.

Francesco dettò ai suoi la Regola, e non la seguì; fu uomo di Chiesa, e restò un diacono; visse ora in convento, ora tra la gente, ora in grotte eremitiche; andò in Egitto a predicare Cristo al sultano, e da allora i francescani sono legati all’Oriente cristiano e anche a quello islamico: è un francescano il Custode di Terra Santa. Ricevette le stimmate, e morì santamente.

Lasciò, accanto all’eredità di Fede, un messaggio culturale di altissimo valore: la trasformazione del dialetto in lingua italiana; negli stessi anni lo faranno Federico II come re di “Sicilia”, con Jacopo da Lentini, Pier delle Vigne.

L’Italia, fino al XIII secolo, usava il latino come fosse davvero lingua parlata. Francesco dona al popolo la lingua che diverrà, attraverso Dante e Petrarca, lo strumento per eccellenza della letteratura. Merita dunque, Francesco d’Assisi, di essere il Santo Patrono d’Italia.

Leggete con acribia il Cantico, e sotto l’aspetto della lingua e della visione del cosmo. È un documento di profonda teologia e del rapporto del Dio inconcepibile dalla mente con le cose visibili attraverso i sensi: è la “significazione”, signum facere: il Sole è figura di Dio; la Natura è figura della Sua razionalità e provvidenzialità.

Ulderico Nisticò