Ancora sui prezzi e “iustum pretium”


 A parte che non ho capito cosa c’entri la Palestina con l’aumento dei salari in Italia, torniamo sull’argomento dell’inflazione e della deflazione.

È ovvio che se qualcuno mi regalasse € 1.000, lì per lì sarei contento, e grazie. Se però il giorno dopo il pane e il vino mi costassero 1.100, allora io scoprirei che non solo non ho guadagnato € 1.000, ma ho perso dei soldi effettivi, cioè potere d’acquisto.

Ed è esattamente quello che accade con i prezzi al dettaglio. Ricordatevi del 2002, quando una cosa da £ (lire) 1.000 improvvisamente costò € 01, cioè £ 1.936,26, il DOPPIO invece dell’onesto costo di € 0,52.

Non dobbiamo dunque aumentare i soldi, bensì diminuire i costi. Così i suddetti € 1.000 sarebbero MILLE e non effettualmente di meno perché vino e pane mi costerebbero di più.

Bisogno combattere l’inflazione; e non con provvedimenti di legge, di solito inefficaci, ma indirizzando l’economia.

Premessa: la parola economia (οἰκονομία) la troviamo in Senofonte, del V secolo a. C., e significa “governo della casa”, cioè dei beni reali da saper gestire e bastare: compito squisitamente femminile, afferma il filosofo.

Si tratta di un’economia stabile, diciamo pure statica, e che lascia poco spazio ai mutamenti di condizione sociale; tuttavia, in diversa misura, assicura la sussistenza a tutti. La finanza, cioè le monete, ne sono la rappresentanza, non la sostanza.

È facile l’impressione che il mondo capitalistico occidentale abbia, in molti casi, più finanza che econmia; e che, per la finanza, si producano cose superflue e danno di quelle necessarie.

È su questo che bisogna agire. La sola possibile giustizia sociale è produrre quello che serve. Popi i benmi si distribuiscono da soli: bene inteso, non in parti uguali, però per tutti. E, come insegna s. Tommaso d’Aquino, a “iustum pretium”. E sempre e comunque con un prezzo, e mai niente gratis.

Ulderico Nisticò