Veneto e federalismo, e il Meridione

La divisione dell’Italia non è una truce invenzione del Congresso di Vienna come si spaccia, bensì data dal 568, quando i Longobardi non riuscirono a sottomettere l’intero territorio; da allora, attraverso diversissime vicende, la storia italiana fu quella di numerosi Stati, alcuni dei quali attraversarono i secoli: Milano, Venezia, Firenze, la Chiesa, Napoli; e minori importanti come Genova, Ferrara, Mantova, e, in lenta continua crescita, i Savoia. Anche i più convinti sostenitori dell’unità politica – Petrarca, s. Caterina, il Machiavelli – non pensarono mai a qualche assetto centralistico, ma volsero la loro attenzione al problema dell’indipendenza dagli “Oltramontani”, cioè Francesi e Tedeschi; dal XVI secolo, e con buona pace dei Manzoni e manzoniani e della storiografia protestante, gli Spagnoli erano considerati quasi degli Italiani in trasferta.

La parola indipendenza è recente; allora si diceva “libertas”, “libertà”, s’intende dagli stranieri. “Exortatio ad capessendam Italiam in libertatemque vindicanda,” scrive il Machiavelli. E così leggiamo nel bell’obelisco di Bitonto, eretto dopo la vittoria spagnola sull’Austria del 1734, in cui a Carlo di Borbone si riconosceva che “Italicam libertatem vindicaverit”, aver affermato l’indipendenza italiana.
Nella seconda metà di quel XVIII secolo, gli equilibri tra Stati italiani parvero assicurare pace e “libertà”; ma dal 1796 al 1814 l’Italia venne invasa dai giacobini e da Napoleone, il quale, dopo vari esperimenti tutti falliti, annesse direttamente all’Impero il Piemonte, la Liguria, la Toscana e Roma; creò un Regno d’Italia con se stesso re; e fece re di Napoli prima il fratello Giuseppe, poi il Murat. Il crollo militare di Buonaparte e i confusi avvenimenti del 1814, cui gli Italiani erano del tutto impreparati, consentirono all’Austria di disegnare a suo modo gli assetti italiani. Rinacquero o nacquero ex novo delle entità statali: Regno di Sardegna con Piemonte e Liguria; Monaco; Regno Lombardo-Veneto di fatto austriaco; Trento, Trieste e Dalmazia annesse all’Austria; Parma; Modena; Massa; Lucca; Toscana; S. Marino; la Chiesa; Napoli; Sicilia; la Gran Bretagna si prendeva Malta e le Isole Ionie. Nel 1816 Sicilia e Napoli costituivano il Regno delle Due Sicilie; nel 1829 Massa veniva annessa a Modena; nel 1847, Lucca passava alla Toscana.

L’idea di un assetto politico comune era nella natura delle cose, pareva una necessità politica. L’Austria già dopo il Congresso di Vienna propose una confederazione, ma si opposero sia Torino sia Napoli, per non dare all’Austria un altro pretesto per ribadire la sua pesante egemonia; quanto a papa Pio VII, non aveva aderito nemmeno alla Santa Alleanza, unico in Europa continentale. Una proposta del duca di Modena cadde nel vuoto.
Il tema venne ripreso dal fortunato libro del Gioberti “Il primato morale e civile degli Italiani”, che propugnava una confederazione neoguelfa con la presidenza del papa; rispose il Balbo, proponendo, in maniera neoghibellina, la presidenza del re di Sardegna. Entrambe le tesi erano, alla lettera, molto deboli e irrealizzabili; però suscitarono un improvviso entusiasmo, soprattutto dopo l’elezione di Pio IX nel 1846.
Gli eventi parvero precipitare nel 1848: insurrezione siciliana; costituzione concessa da Ferdinando II, seguito da Pio IX, Toscana e Carlo Alberto; insurrezione di Milano e Venezia; guerra di Carlo Alberto all’Austria.

Grande entusiasmo e nessuna concretezza. Ferdinando inviò truppe in Lombardia e navi a difendere Venezia, ma non dichiarò guerra all’Austria; e intanto la Sicilia si proclamava indipendente, e a Napoli divampava la confusione del 15 maggio. Toscana e Chiesa inviarono truppe, ma in modalità ambigua. Carlo Alberto sembrò vincere, e si cominciò a gridarlo re d’Italia; per essere poi sconfitto a Custoza e poi a Novara. La confederazione era fallita, e non se ne parlò più.
L’idea tornò nei colloqui di Plombières tra Napoleone III e Cavour: provocata alla guerra l’Austria, il Piemonte avrebbe ottenuto il Lombardo-Veneto non è chiaro con quali confini; l’Italia Centrale sarebbe divenuta uno Stato a sé; Roma sarebbe rimasta al papa; le Due Sicilie, ai Borbone; il tutto, in confederazione. I due evitarono di coinvolgere, anzi persino di informare Pio IX e Ferdinando II, e questi dopo il 1850 si era del tutto chiuso a ogni rapporto politico con l’Europa e con gli stessi Stati italiani.
Le cose, del resto, andarono in modo molto diverso, e, tra il 1859 e il 17 marzo 1861, nacque uno Stato rigorosamente unitario e centralista. Né il governo borbonico seppe farsi prendere in considerazione con qualche azione militare; né i liberali napoletani andarono al di là dello sbracarsi a chiunque, come faranno con gli Americani nel 1943. Pio IX si contentò di Roma sotto la protezione francese. Nel 1866 fu annesso il Veneto, nel 1870 la stessa Roma. Sola eccezione, la Toscana, che mantenne, fino al 1890, il suo antico Codice penale Leopoldino.

Il federalismo poteva essere una soluzione ai problemi secolari d’Italia, ma alternativa al centralismo burocratico piemontese peggiorato dall’innesto napoletano! La realtà del 1861 fu esattamente il contrario di ogni idea federale.
Nell’ultimo dopoguerra, invece, pullularono gli Statuti Speciali di Aosta, Friuli, Sardegna, e specialissimi di Bolzano e Trento: quasi tutto dovuto a compromessi di natura internazionale. Lo Statuto siciliano è tale che, se l’applicassero, farebbe dell’isola quasi uno Stato indipendente: ma a Palermo si sono contentati di un gigantesco mangia mangia a spese dell’odiato Stato centrale.
Le Regioni ordinarie, dal 1970, sono, nel Sud, un perfetto modello di inefficienza; e comunque non hanno nulla di federale, e sono una brutta copia dello Stato e dei suoi vizi. La Calabria è famosa per la sua incapacità di spendere i soldi europei: figuratevi se fosse autonoma e dovesse pagare gli stipendi con i suoi soldi: e quali? A proposito, la Calabria detiene il primato di impiegati pubblici in Italia: ecco perché siamo messi male! È tutto squisitissimo assistenzialismo.
Il Veneto, più della Lombardia, vuole autonomia, e del resto è circondato da Friuli, Bolzano e Trento. La vuole, e la otterrà. Ha un presidente tosto, ha degli elettori decisi e consapevoli. La Lombardia è sulla strada; la Liguria si sta muovendo…
Sì, cari meridionalisti della domenica, rischiamo davvero che il Nord ci conceda l’indipendenza! Al Sud resteranno i sogni o del passato (“eravamo ricchi”) o del futuro (“saremo ricchi”, e giù ZES e turismo e funghi e altre sfrenate fantasie onanistiche!), e nella più totale sconoscenza del presente.

Ulderico Nisticò

 

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