Il culto dei Morti è intrinsecamente religioso, per l’evidente ragione che presuppone la sicura credenza nell’esistenza dell’anima e della sua sopravvivenza alla dissoluzione del corpo. Chiariamo subito questo, per evitare si ridurre la tradizione a un vago sentimentalismo del ricordo, come fanno quelli che all’anima nonm ci credono. Tutte le culture umane di cui abbiamo notizia hanno praticato forme di onore ai Defunti, e ritenuto che la morte fisica non fosse la fine dell’esistenza; e che le anime disincarnate continuassero ad un qualche contatto con i viventi.
Nelle nostre antiche tradizioni (e ringrazio Antonio Macrina per avermele raccontate) è agevole riscontrare il sincretismo (fusione) tra la religione cattolica, tra i cui fondamenti c’è il Purgatorio come purificazione dai peccati e dalle passioni della vita, e sopravvivenze di credenze arcaiche, mai sentite come contrapposizione alla Fede, però in parte distinte, sebbene in modo inconsapevole.
Era molto comune frequentare il Cimitero, e non solo durante le ricorrenze come il 2 novembre, ma molto spesso, quasi come una prosecuzione delle frequentazioni e degli affetti avuti in vita. I cimiteri, come è noto, sono stati istituiti in età napoleonica (uno degli Editti di Saint Cloud), ma effettivamente costruiti decenni dopo: a Soverato, nel 1874. La costumanza di visitare i Defunti si praticava da molto tempoprima, dove si trovavano sepolture: a Soverato Vecchio, nelle cripte dell’Addolorata, e nella zona detta poi via Trento e Trieste.
In alcune cripte, i corpi venivano posti seduti su pietre con un foro. Di tali sepolture rimane una testimonianza visibile a Pizzo. Era anche uso di seppellire i corpi nudi, avvolti in un lenzuolo.
Si andava sulle tombe a pregare, però anche a portare offerte, in particolare cibarie e vino, come se le anime potessero e volessero alimentarsene. Si versava anche del sangue di animali, simbolo di vitalità.
Era costume frequente recarsi presso le tombe a consumare un pasto.
La vigilia della ricorrenza, si lasciava la tavola da pranzo ancora imbandita; alcuni, riservavano anche una sedia vuota. Si temeva che i Morti, se non così ospitati, potessero esercitare una potenza negativa. Si accendeva una candela che rimaneva nella notte.
Molto complessi erano i riti della morte, quando una persona di famiglia cessava di vivere. Bisognava coprire gli specchi, che in molte culture furono sempre considerati ambigui e inquietanti, donde le favole degli “specchi magici” e la superstizione di non rompere uno specchio. Nella casa in lutto, si spegneva il fuoco per molto tempo, e la famiglia veniva assistita da vicini e parenti con il “consòlo”, in dialetto “ricùnsulu”. Si conservavano oggetti, e modernamente fotografie dei parenti scomparsi.
Si cantava “a latanìa”, piangendo la perdita e anche narrando la vita della persona. Non è forse da ciò che nacque la poesia epica, raccontando le gesta di un eroe… vere o meno che fossero, e poi affidate a un poeta? Gli eroi muoiono nel fulgore della giovinezza gloriosa, o diverrebbero stantie nostalgie di vecchi. A volte il ricordo diventava bonaria ironia.
Queste, e chissà quali altre, furono le nostre tradizioni popolari; e bisogna studiarle e ricordarle. In diversi mie pubblicazioni ho elencato le ritenute apparizioni: il Fantasma del fabbro dà il titolo alla mia rubrica su Soveratoweb.
Costumanze forestiere, poi divenute carnascialesche, non m’interessano, e non sono né religiosità né memoria dei Defunti.
Ulderico Nisticò